Sono ore, giorni, settimane in cui, sui social e non solo, passa un messaggio: “Pensiamo ai bambini che non hanno mai visto l’Italia ai Mondiali”. Come se non bastasse l’amarezza della sconfitta, il naufragio di un progetto tecnico e di una disciplina che prima era gloriosa e ora è da rottamare. Gennaro Gattuso non ce l’ha fatta: l’Italia è stata eliminata dalla Bosnia. Lo stadio Bilino Polje è la cornice dell’insuccesso. I bosniaci hanno vinto su tutti i fronti: della sportività (con i tifosi che hanno applaudito anche i nostri prima del fischio d’inizio), della voglia, delle scelte. La più tremenda delle decisioni l’ha presa Alessandro Bastoni quando è entrato in scivolata e si è preso un cartellino rosso che ha indirizzato la partita. Parlare solo dell’errore dell’interista, però, non basta. Per fortuna sono in molti a condividere il sentimento: il calcio italiano va ricostruito da zero, Bastoni non può essere l’unico responsabile. I bambini, dicevamo. Parliamo di sport: o si vince o si perde. Le emozioni ci sono sempre, in un caso o nell’altro. I bambini smetteranno comunque di viverle? Ovviamente no. Eppure sembra che vedere l’Italia del calcio a un Mondiale sia un momento pedagogico necessario: senza la fase finale del torneo internazionale più importante il patrimonio emotivo dei più piccoli è monco. Ma le cose stanno cambiando.
Le parole di Gabriele Gravina ci vengono in soccorso nell’interpretazione: il calcio è fatto da professionisti. C’è di mezzo la politica, interessi milionari, norme fisse che non possono essere cambiate dalla federazione. Tutto il resto è dilettantismo. Il calcio è più una questione burocratica. Un affare. Business. Roba per professionisti, appunto. Ecco, bastano queste parole per smontare ogni romanticismo. Facciamolo per loro, si è detto: per i bambini. La verità è che chi è cresciuto senza vedere l’Italia al Mondiale supererà anche questa mancata qualificazione senza troppi patemi. Abbiamo da poco concluso l’Olimpiade invernale di maggior successo della nostra storia, stiamo vivendo l’epoca d’oro del tennis, nell’atletica tante individualità sono ormai ai vertici delle rispettive discipline. Per non parlare della pallavolo: la squadra femminile allenata da Julio Velasco è tra le migliori di sempre. La nazionale maschile, poi, viene da due Mondiali consecutivi vinti. Il rugby senza i numeri del calcio ha dato soddisfazioni inedite proprio di recente al Sei Nazioni, su tutte la vittoria degli azzurri hanno contro l’Inghilterra, una cosa mai successa prima. Parliamo di eventi unici. L’unicità, invece, manca al calcio. Anzi, è l’esasperazione della ripetitività che infastidisce: le solite polemiche, i soliti progetti senza sbocco. Le solite facce.
Tiriamo in mezzo i bambini, che magari il problema non se lo sono nemmeno posto. Chissà se qualche genitore si è preoccupato di chiederglielo. Probabilmente è proprio perché in realtà sono solamente i genitori a soffrirne. E in mancanza di un progetto tecnico, si è tirato in ballo l’estrema motivazione: facciamolo in nome delle creature, come gli eroi. Al Bilino Polje, contro la Bosnia, nemmeno questo ha funzionato. Che ci sia da lezione.