Esultano Federico Dimarco e compagni mentre guardano i rigori di Galles-Bosnia Erzegovina. Vince la squadra di Edin Dzeko e gli azzurri sono felici. I britannici facevano più paura evidentemente. I bosniaci hanno già detto che se ne ricorderanno. La vittoria contro l’Irlanda del Nord aveva dato speranza, le immagini della Rai hanno rovinato anche quella sensazione di positività. Ottimismo, certo, bene così. Ma speriamo che ci sia anche concentrazione. Martedì 31 marzo l’Italia va a Zenica per l’ultima e decisiva partita dei playoff Mondiali. È la gara da dentro o fuori. Cosa aspetta gli azzurri nella trasferta più importante?
L’acciaio e il carbone di Zenica
Non a Sarajevo, la capitale: la Nazionale bosniaca gioca spesso a Zenica. Al Bilino Polje non c’è la pista, i tifosi sono affacciati sull’erba. 15mila posti, gli scaloni rovinati, la ruggine sui corrimano, l’atmosfera ostile. Per gli altri. Lì ci gioca il Celik Zenica. “Celik” significa acciaio. L’anima della città è operaia. Da oltre 100 anni sotto alle colline funzionano le acciaierie in uno dei complessi industriali più grandi del Paese. Dal 2004 la proprietà era in mano ad Arcelor Mittal, ex gestore dell’Ilva in Italia, che nel 2025 ha deciso di vendere le quote al gruppo bosniaco Pavgord. Il documentario Il cielo sopra Zenica ha descritto la realtà cittadina: è una delle zone più inquinate d’Europa, i livelli di polveri sottili superano i livelli massimi stabiliti dall’Oms. Nelle colline sopra Zenica, invece, cunicoli scendono quasi venti metri sottoterra. Sono miniere di carbone. Come raccontato dall’antropologo Gianluca Candiani, lì lavorano illegalmente i minatori impegnati a cercare un’alternativa alle fabbriche chiuse e alle privatizzazioni che hanno demolito il sistema industriale locale.
I tifosi del Celik
Zenica è una città industriale. Non si va lì in vacanza. E il calcio rappresenta uno dei cuori culturali della comunità locale. La squadra del Celik ha una lunga storia. Nata nel 1945, dopo al Seconda guerra mondiale e la liberazione dall’occupazione nazifascista, gode di qualche gloria negli anni Settanta, vincendo la Mitropa Cup due volte (nel 1972 contro la Fiorentina) e la Coppa Intertoto. Nel campionato locale vive di fasi alterne, ma già negli anni Ottanta sorgono i primi gruppi di tifosi organizzati. Alla fine del decennio, nasce un’unica bandiera che riunisce tutte le parti degli affezionati: diventano i Robijasi, “i carcerati”. I successi nel campionato nazionale arrivano nei Novanta con tre titoli e due successi in Coppa di Bosnia. È il periodo migliore, poi verrà la crisi. Il nuovo millennio porta poche soddisfazioni sul campo. Sugli spalti, invece, la forza e la passione dei Robijasi si fa notare. Sportpeople racconta che tra il 2000 e il 2010 i carcerati vengono riconosciuti come una delle più belle tifoserie organizzate della Bosnia Erzegovina. La situazione societaria però non soddisfa i fan, che nel 2012 e nel 2017 si organizzano per boicottare la dirigenza visti gli scarsi risultati. La svolta arriva quando i tifosi si associano e diventano proprietari. L’azionariato popolare ha dovuto affrontare un buco di circa 6 milioni di euro, debito oggi quasi del tutto ripagato. Ci sarà anche la gente di Zenica a tifare per Dzeko e compagni. E a fischiare l’Italia. La nazionale bosniaca però ha anche dalla sua un gruppo di ultras: i BH Fanaticos.
Gli ultras della Bosnia
Un gruppo folto, ben più compatto e organizzato dei nostri ragazzi Tricolore. Dalle immagini, i cori e la coreografia mostrata contro il Galles il divario sembra netto. Gli ultras della Bosnia hanno steso uno striscione: “I am from Bosnia, take me to America”. È una citazione della canzone del gruppo Dubioza kolektiv, band che combina vari generi e tematiche sociali, oltre a essersi schierata apertamente contro l’estrema destra, il fascismo, il razzismo e la xenofobia. La scelta di campo della band è chiara. Lo stesso si può dire dei Fanaticos: sui social hanno pubblicato vari post in cui dimostrano la vicinanza al popolo palestinese, contro il genocidio. Nel corso degli anni questa posizione è stata portata in manifestazioni pubbliche. Un supporto che talvolta è sfociato in espressioni controverse. A Vienna nel 2014 si sarebbero esibiti in un canto, “uccidi gli ebrei”, episodio che ha portato il Simon Wiesenthal Centre, ong accreditata all'Onu impegnata nella ricerca sull'Olocausto, a scrivere una lettera indirizzata al presidente Uefa del tempo, Michel Platini, denunciando un possibile radicamento di antisemitismo nel tifo bosniaco.
Questo, dunque, il mondo che si opporrà alla Nazionale di Gennaro Gattuso. L’acciaio di Zenica e i canti dei Fanaticos. Ridono e festeggiano Dimarco e compagni. Speriamo che la gioia si traduca in determinazione. Dall’altra parte sono pronti: anche loro vogliono fare la storia.