Libero è colui che sceglie da solo la propria strada. Libertà, parola determinante e abusata. La stessa che sarebbe dovuta comparire sulla tribuna Tevere dello stadio Olimpico. Il presidente Claudio Lotito ha detto di no. I tifosi della Lazio sono uniti contro il proprietario della loro squadra. La Lazio è dove sono i laziali, dicono. La curva Nord ha coinvolto tutto il popolo biancoceleste in questa battaglia. “Dobbiamo convincere la gente che per il bene della Lazio dobbiamo seguire un’unica via”. È la via della protesta. Lo ha detto Yuri della Brigata nella puntata pubblicata su YouTube intitolata Nel buio, la luce: “Se io non sogno, vivo di incubi”. Gli ospiti sono Pino Insegno e Alessandro Di Battista. Da diverse giornate i tifosi hanno deciso di non entrare allo stadio e unirsi in un grido: Lotito vattene. “C’è la possibilità per un popolo di ottenere un risultato grazie alla compattezza”, dice Di Battista, “io mi immagino zero abbonamenti il prossimo anno. Questa roba servirà, non può non servire”. E aggiunge: “Questo risultato farà parte dei grandi trionfi della nostra storia”. Sono i sogni che si materializzano grazie alla comunione di intenti di gente che, al di là della posizione del seggiolino all’Olimpico, si trova dalla stessa parte della barricata. Limitare la contestazione a una voglia di risultati e vittoria è una tentazione forte: ma è un gesto d’amore quello di cui parla la Brigata.
Amore è un concetto vago, per fortuna. Un sentimento non quantificabile, che si misura in gesti e scelte, non in numeri. Il calcio, invece, è fatto pure di numeri e fatturati. I bilanci, brutto da dire, sono determinanti nell’andamento di una squadra. Quelle esposte nel video pubblicato dalla Brigata sono cifre che danno un’idea della parabola del club: quello attuale è il peggior piazzamento (a stagione non ancora finita) degli ultimi 15 anni; dal 2005 al 2024, poi, ai risultati d’esercizio positivi non è corrisposto un aumento degli investimenti – secondo i tifosi – in “attività cruciali come la comunicazione, la visibilità del marchio, lo scouting e la crescita dei settori giovanili”, rinunciando “all’indebitamento finanziario” e ai ricavi degli sponsor; la politica finanziaria “rigida” e impostata sull’autofinanziamento avrebbe congelato la crescita. A questi elementi, vengono aggiunti i confronti con le altre squadre di livello simile: “Il confronto col Napoli, società che come la Lazio non fa affidamento sulle ricapitalizzazione della proprietà con le proprie gambe, è impietoso”, dato che nel 2010 le due squadre avevano bilanci praticamente identici, mentre oggi “i partenopei fanno registrare un fatturato doppio” spinto da una politica “coraggiosa e lungimirante di player trading”. Le plusvalenze cumulate dal Napoli dal 2010 al 2025 supererebbero i 700 milioni, quelle della Lazio al contrario si fermerebbero sotto i 300. Anche il paragone con l’Atalanta è a sfavore dei biancocelesti: negli ultimi 12 anni la Dea avrebbe visto quadruplicare il fatturato e oggi i bergamaschi fatturerebbero molto di più rispetto al club di Lotito.
Numeri che non esauriscono la profondità del sentimento. “Noi non vogliamo vincere, ci piacerebbe, ma non è quello”, dice Insegno, “il nostro è sempre stato un atto d’amore”. Chi avrebbe detto che per una semifinale di Coppa Italia sarebbe stato meglio restare fuori dall’Olimpico? Chi avrebbe pensato che per un finale di stagione in cui gli obiettivi sono pochi ma il mister e la squadra si sono meritati il sostegno quell’entusiasmo sarebbe dovuto restare a Ponte Milvio? È il tempo che sembra infinito della protesta.