Lo spogliatoio è sacro. In qualsiasi sport, in qualsiasi momento. Lì si alimentano sogni, speranze, suggestioni. Si fanno calcoli, anche sugli avversari. È normale ed ipocrita non pensare che sia così. Come è ipocrita non dire che la vittoria della Bosnia sul Galles è un risultato che sorride maggiormente all'Italia. Noi lo avevamo anticipato ieri parlando con Luigi Garlando: “Preferirei la Bosnia. Anche come stadio banalmente, Cardiff è una tana calda e noi siamo una squadra traumatizzata”. Giocare a Cardiff non è semplice, non che Zenica sia da meno, ma parliamo di quasi 50mila posti a sedere di differenza. I gallesi poi militano quasi tutti in Premier League, il campionato più difficile e intenso del mondo. Mentre, seppur il movimento sia in crescita, la stella della Bosnia rimane il quarantenne Edin Dzeko.
Quindi risparmiamo la morale buonista a Dimarco&co, beccati dalle telecamere in uno stanzino nella pancia del Gewiss Stadium ad esultare per il passaggio degli slavi. Hanno esultato? Beh, i bosniaci probabilmente avrebbero fatto lo stesso se fosse passata l'Irlanda del Nord. E non è una questione di rispetto dell'avversario, quello si dimostra in campo e negli allenamenti. È semplicemente una questione di gruppo, di spogliatoio, di dinamiche che esistono da sempre e che nessuna retorica riuscirà mai a cancellare. Risparmiamogli la superstizione tutta italiana e la menata buonista dell'avversario che va rispettato a tutti costi. Quella morale guardioliana che in ogni conferenza stampa prepartita si sperica in elogi verso chicchessia l'avversario.
Ma il tema è un altro piuttosto. Esultare per un avversario (sulla carta) più abbordabile è umano. Fa parte del gioco, della competizione, della gestione delle energie e anche delle paure. Il problema è quale avversario. Davvero l'Italia dovrebbe avere paura di affrontare il Galles? Ed è qui che si insinua qualcosa di più profondo. Non arroganza, ma il suo opposto: una forma di provincialismo. L'Italia, quella di Riva, Baggio, Totti, Maldini. Quella dei quattro Mondiali e delle due finali perse. È l'ansia da prestazione di una squadra senza leader che ci mette poco a perdere le sue scarse certezze. È questo che oggi sembra mancare: quell'heritage, il blasone, quel senso di peso e di storia che non ti rende imbattibile, ma ti impedisce di sentirti inferiore. È quello che Gattuso, Buffon, Bonucci dovrebbero trasmettere ai nostri. A una generazione paralizzata da due catastrofi Mondiali consecutive.
Intanto il video ha fatto il giro dei social, accendendo le miccia dei tifosi bosniaci. “Ne terremo conto a Zenica”, “Non sapete cosa vuol dire giocare qui”. Parole che preparano un clima incandescente, come è giusto che sia. E i nostri dovranno essere pronti ad affrontarlo, con il giusto rispetto ma senza deferenza. Perché a Zenica non serviranno i calcoli, ma la faccia di chi ha finalmente smesso di aver paura del proprio passato.