Scanzonato, estroso, duro e ribelle. Alessandro Diamanti è rimasto sempre lo stesso. È lo stesso anche oggi che ha posato scarpini e divisa per indossare la tuta da allenatore. Dopo l'esperienza alle giovanili del Melbourne City, squadra di proprietà del City Football Group, è tornato in Italia per seguire il corso da allenatore a Coverciano. Avrebbe potuto farlo in Australia? Sì, ma “sono italiano e in Italia tocca ritornare forte come eravamo prima”. Seduto davanti al microfono di Campus Talks, il podcast prodotto da Macron, Alessandro Diamanti si apre senza filtri: ricorda le notti brave in provincia, le botte prese nelle categorie minori, l’arrivo in Serie A e le lezioni che il calcio gli ha dato. Il ritratto di uno spirito libero che ancora oggi vive lo sport con intensità totale.
La carriera
Una carriera, neanche a dirlo, non convenzionale. Nessun settore giovanile blasonato, nessuna metropoli calcistica. La carriera di Alino Diamanti è partita dalla provincia profonda, quella polverosa dell'Interregionale, della C2, per arrivare alla provincia più patinata, quella della Serie A. Sì, perché Diamanti il calcio di provincia, il calcio dei tifosi, non lo ha mai abbandonato: “È stata una bella soddisfazione giocare in Nazionale da giocatore del Bologna. Non era mica facile a quei tempi. C'era il blocco Juve, il blocco Milan, il blocco Inter, vuol dire che eri buono, che avevi qualcosa di diverso”. Non convenzionale, certo, anche a causa di una carattere fuori dagli schemi che gli ha forse precluso i palchi più prestigiosi: “Io penso di essere veramente l’esempio che il talento non era tutto. Sono sempre stato un talento ma non avevo la testa: da giovane mi divertivo tanto mi piaceva molto andare a ballare con gli amici. La mia passione più grande era il calcio, ma tornando alle 5 della mattina non riuscivo a dare il massimo in campo il giorno dopo. Il calcio era la mia priorità, ma alla fine mi sono accorto che non lo stavo dimostrando”. E proprio quei campi, i più duri, fuori dalle telecamere e dai riflettori, lo hanno formato.
Un'esperienza che Diamanti si è portata dietro fino alla Serie A: “Secondo me non sono arrivato in Serie A tardi ma al momento giusto. Avevo già preso legnate e delusioni, acquisendo sempre più responsabilità e dai 23 anni in poi son sempre rimasto in Serie A. In C2, in C1 prendevi le botte, cazzotti, sputi, non c'erano quasi le telecamere. In Serie A ero protetto, la palla me la davano meglio, appena mi toccavano fischiavano". Per questo è diventato, a detta di Cesare Prandelli, il 10 che picchiava più di tutti: “Io ero un figlio di putt*na, in C ti fai le ossa. Per me, in Serie A, era troppo facile competere uno contro uno, due contro due. Però mi picchiavano parecchio. Ma perché rompevo i cogl*oni, parlavo, ero fastidioso”. Un provocatore nato, ma c'era chi riusciva a tenergli testa: “Io odiavo chi faceva la vittima in campo, chi si comportava da uomo lo rispettavo: più giocavi ad alto livello più li rispettavi perché i grandi giocatori non han bisogno di fare scene da vittima. Quando giocavo contro Samuel dell’Inter andavo da un'altra parte perché non parlava e ti faceva male. Il mio invece era più un gioco mentale”.
La nuova vita da allenatore
Alessandro Diamanti era un 10 come non ne fanno più, in un calcio robotizzato che produce in serie. Frutto di un calcio da strada. Ma senza retorica, solo libertà e valori: “Io sono nato in un campo da calcio in Toscana, la passione è nata grazie soprattutto a mio nonno che gestiva un centro sportivo e a mio padre che allenava. Ho fatto un’infanzia tra la scuola ed il calcio, le cose che ho imparato su un campo da calcio son le stesse che mi porto fuori come valori. Adesso le cose sono diverse, ai ragazzi non si dà responsabilità, sarebbe bello levarli dalla loro comfort zone e dirgli di prendersi le loro responsabilità per crescere e per mostrare il loro talento. I giocatori della mia generazione, a differenza dei ragazzi di adesso, avevano degli allenatori o istruttori che li trattavano quasi come dei figli”.
La sua da ragazzo era una vita calcio-scuola, scuola-calcio, con le due parole che alla fine si fondono fino a diventarne una sola. È questa l'esperienza che cerca di trasferire nella sua nuova vita di allenatore: "In Italia il talento c'è ancora. Ma ai giovani devi dare i principi importanti. Chiediamoci se ci sono ancora allenatori disposti a investire il proprio tempo per far crescere questo talento. Chi insegna a questi ragazzi a stare al mondo?". Al di là della tattica, del calcio scientifico che troppo si sta insinuando nei settori giovanili: “Il mio secondo in Australia voleva concentrarsi sulla tattica, io gli ho detto di guardare prima di tutto a chi avesse passione e chi no, a chi avesse talento e chi no, a chi molla e chi no, poi si può parlare di tattica. Se una squadra perde 5-0 e vuole recuperare non ha bisogno di tattica, ma di gente che non molla”. L'auspicio è che Alessandro Diamanti riesca davvero nella sua nuova carriera da allenatore. Perché uno spirito come il suo, libero, non convenzionale, per certi versi fuori tempo massimo, nel calcio di oggi ci serve eccome.