Il futuro calcistico dell'Italia si scrive stasera. Due eliminazioni che hanno segnato una generazione e il rischio di un terzo fallimento mondiale che avrebbe portata catastrofica. L'ennesimo segnale di un sistema in affanno. Tra paura e consapevolezza dei propri mezzi, la Nazionale di Gattuso si gioca tutto contro l’Irlanda del Nord. Ma quali sono le chiavi dello spareggio? Ne abbiamo parlato con Luigi Garlando, storica firma della Gazzetta dello Sport.
Parliamo della partita di questa sera, quali sono i temi?
Il tema principale è che ovviamente sulla partita pendono le due eliminazioni precedenti con la Svezia e la Macedonia. Non si può prescindere da lì: dalla paura, dall’insicurezza, di una terza “apocalisse”. Poi i valori in campo sono diversi: l’Italia è più forte, ha vinto quattro Mondiali, ha 57 posizioni in più dell’Irlanda. Però questa paura condiziona un po’ tutto.
A proposito delle scorse eliminazioni, si auspicava una scossa, una rivoluzione nel sistema calcio italiano. L'impressione è che però sia rimasto tutto uguale.
Più o meno è rimasto tutto uguale. È cambiato l’allenatore, ma come strutture, come cura dei vivai, come protocolli per crescere tecnicamente, non è stato fatto molto. Parlo di quello che è stato fatto in tante altre nazioni come la Germania dopo il fallimento di un Mondiale, ma anche in realtà più piccole come la Svizzera, che infatti ci ha battuto all’Europeo. Noi, a livello di politica federale, abbiamo fatto pochissimo. Continuiamo ad avere un solo centro federale, mentre la Germania, quando ha deciso di rivoluzionare, ne ha fatti dieci per visionare e seguire i talenti da vicino. Non è stato fatto nulla per far giocare di più i giovani italiani in Serie A. C’è stata una grande improvvisazione che, unita alla crisi di grandi talenti, soprattutto nei ruoli chiave come numero 10 e numero 9, ci ha portato a questa situazione.
Hanno pesato anche i cambi alla guida tecnica?
Sì, certo, perché abbiamo perso tempo. È arrivato Spalletti, che però ha faticato a entrare nel ruolo di selezionatore: è rimasto un allenatore, pretendendo un gioco come se potesse allenare tutti i giorni, cosa impossibile. Siamo arrivati all’Europeo in Germania con grande confusione, riconosciuta dallo stesso Spalletti. Ha creato confusione in testa proponendo un gioco nuovo, ma la maggior parte dei giocatori veniva da un altro sistema, soprattutto con la difesa a tre. Quindi col cambio tecnico si è perso tempo. Alla fine è stato chiamato Gattuso, che ha potuto fare poco se non dare grande motivazione dal punto di vista solo morale ed etico. Però dal punto di vista dell'educazione del gioco non ha avuto tempo. Anche perché la Lega gli ha negato gli stage: anche questo è un problema, manca l’amore per la Nazionale che c’è in altri Paesi.
Sì, soprattutto tra i giovani c'è un po' di disaffezione.
Perdere due Mondiali significa che intere generazioni - praticamente tutti i minorenni - non hanno mai visto l’Italia al Mondiale. Non hanno vissuto quelle emozioni forti che ti legano alla maglia. Dal 2014 non partecipiamo a un Mondiale: anche per questo è importante tornarci, anche per far vivere queste emozioni ai bambini e ai ragazzi.
Prima ha parlato di difesa a tre. È un limite il fatto che in Italia quasi tutti la utilizzino e i nostri giocatori siano tarati su quel sistema?
Sì, secondo me sì. Poi dipende da come lo interpreti: se con la difesa a tre usi esterni offensivi può funzionare. Ma se la tendenza è difendere a tre per avere un difensore in più, e mettere terzini sugli esterni, poi vengono fuori partite bloccate, ritmo lento e poca intensità. Quando andiamo all’estero troviamo un altro calcio: quest’anno è stato un disastro, siamo usciti tutti prima dei quarti, è una cosa imbarazzante. Oggi invece siamo in un calcio in cui dettano legge i grandi esterni offensivi. Lo abbiamo visto con l'Atalanta, Michael Olise, gli esterni del Bayern, Lamine Yamal che ormai è uno dei giocatori più forti d'Europa. Hanno tutti grandi attaccanti veloci, invece noi ci troviamo con questi quinti, che sono giocatori più tattici, che coprono ma sono meno capaci nell’uno contro uno. Questo crea una grande differenza e non è un caso che all'ultimo Europeo ci hanno massacrati Yamal e Williams della Spagna e poi Vargas della Svizzera. Nelle coppe idem. Lì dobbiamo cambiare qualcosa.
Viene in mente anche la Norvegia con Nusa.
Anche Hauge ci ha fatto male. Adesso guarda caso la Juve è risalita un po' con Conceicao, con Yildz, con Boga che stanno facendo bene. Noi questa tipologia di giocatori non li abbiamo. Giocheremo con Politano, che ha un po’ di dribbling ma è più tattico, dall’altra parte c’è Dimarco, che resta un terzino. Non abbiamo ali pure capaci di saltare l’uomo e quando troviamo dei blocchi bassi come spesso succede poi siamo in difficoltà.
I club hanno responsabilità su questo? Si parla molto del Como, considerato quasi una squadra “straniera” in Serie A.
Secondo me sì. Il Como mi piace molto, gioca bene ed è un esempio positivo perché spinge verso un calcio tecnico. Loro hanno gli esterni offensivi. Quando noi perdiamo esce fuori sempre la solita voce: "Siamo italiani e dobbiamo giocare il nostro calcio, torniamo a catenaccio e contropiede". Io non sono assolutamente d'accordo.
Lo ha detto anche Allegri settimana scorsa.
Per me non è così. Il Como dimostra che in Italia si può vincere giocando bene. Non è come dice Allegri: "Se volete divertirvi andate al circo, conta solo il risultato". Il risultato più giochi bene più è facile ottenerlo, e il Como da questo punto di vista è un esempio virtuoso. Però che una squadra italiana diventi una piccola Spagna a me non piace. Si dice spesso che il Como sia la nuova Atalanta, ma l'Atalanta aveva un vivaio che produceva giocatori italiani. Anzi il sogno di Percassi era proprio quello di fare un piccolo Athletic Bilbao, giocatori nati solo in terra bergamasca. Un'utopia. Ma quando nasce un neonato a Bergamo i Percassi regalano il kit dell'Atalanta per legarlo già dalla culla alla squadra. Questa politica il Como non ce l'ha. Non investe nel vivaio come l'Atalanta e non cura i giocatori del territorio e questo mi piace molto meno. Ci vorrebbe anche rispetto per il campionato a cui si partecipa.
Nelle convocazioni Gattuso ha detto di aver privilegiato il gruppo. È giusto così o si poteva convocare qualcuno più in forma come Fagioli o Kayode?
Io penso anche a Bernardeschi, per esempio. Sempre per quel discorso di dare la giocata offensiva, visto che manca anche Zaccagni. Fiducia totale a Gattuso, però uno come Bernardeschi, che sta bene, lo avrei convocato. Kayode sì, ma c'è già Palestra che sta facendo bene. Fagioli sta giocando bene però all'Europeo non aveva fatto granchè. Poi nel sistema attuale fa più fatica a inserirsi: con due mediani come Tonali e Barella, che sono prime scelte, più che un regista tecnico serve un perno tipo Locatelli. Quindi poteva starci, ma anche no. Bernardeschi invece sì, anche a partita in corso.
Pio Esposito è in gran forma, dovrebbe partire titolare?
Non lo so, potrebbe andare bene anche a partita in corso. Retegui ha sempre risposto bene e ha dimostrato intesa con Kean. Mi sta bene se partono loro due. Poi potrebbe entrare quando la difesa è più stanca, sfruttando freschezza e fisicità. Anche per sentire meno il peso della partita. Da titolare a volte ha fatto un po’ di fatica, quindi inserirlo a gara in corso come l'eroe che tutti aspettano potrebbe essere un buon ingrediente.
Infine, facendo i dovuti scongiuri: Galles o Bosnia?
Preferirei la Bosnia. Anche come stadio banalmente, Cardiff è una tana calda e noi siamo una squadra come dicevamo prima traumatizzata. L’abbiamo visto anche contro la Norvegia: alle prime difficoltà ci sciogliamo. Non è una squadra forte caratterialmente, non ci sono grandi leader che trascinano nella tempesta. Ho paura che in Galles, se andassimo sotto, potremmo avere difficoltà a reagire. Per questo preferirei la Bosnia.