C’è un senso di sconfitta che mi assale, se penso che il nuovo CT della Nazionale Italiana di Calcio sarà (probabilmente) Roberto Mancini. Perché, a meno di clamorose sorprese, dal 22 giugno, dopo le elezioni e la nomina del nuovo presidente federale, si siederà sulla panchina azzurra. Ed è incredibile come, in questo strano paese, ogni volta si riescano a perdere le occasioni per cambiare tutto. Con Silvio Baldini, i ragazzi dell’Under 21, Pio Esposito e Donnarumma, si era accesa una luce. C’era profumo di buono, fresco. Come quando sistemi l’arredamento nella casa nuova che sognavi da una vita. Invece no, si decide di tornare nel torpore che ti ha già visto fallire una volta, nelle vecchie abitudini, nelle amicizie di palazzo.
Niente contro il Mancio e ciò che rappresenta per il gioco del pallone in Italia. Niente contro il percorso entusiasmante della sua Nazionale. Abbiamo ancora tutti negli occhi e nel cuore il clamoroso successo di Wembley, nell’estate 2021, in un paese ferito dal Covid e dalla paura, che grazie al calcio era tornato a gioire e ad alzare al cielo il trofeo continentale che mancava da 50 anni.
Tutti ci emozioniamo ancora di fronte alla fotografia di Vialli e Mancini, i gemelli blucerchiati di una vita, che si abbracciano in mezzo al campo e si lasciano andare a un pianto liberatorio per la consapevolezza di aver costruito insieme qualcosa di grande, un’epica incredibile dello sport italiano a un passo dalla morte. Dal distacco terreno. Perché chiunque sapeva che poteva essere l’ultima volta in un campo da calcio per Vialli, già stremato dalla malattia.
Le emozioni sono tante dentro il legame tra i colore azzurro e il Mancio, ma poi c’è la realtà. Perché il tempo che passa, riequilibra i fatti e in mezzo ci sono anche tante cadute, direi rovinose: la mancata qualificazione ai mondiali del 2022 per effetto della clamorosa sconfitta contro la Macedonia e, se non vogliamo restare troppo fedeli al risultatismo, la principale patologia del nostro paese del pallone, c’è anche quell’addio che ha lasciato troppe ferite. Tra polemiche, non detti, qualche dichiarazione di troppo e soprattutto soldi, una barca di soldi arrivati dagli sceicchi. Comportamento, oggettivamente, non facile da perdonare.
Il maestro Franco Califano diceva: “I soldi non fanno la felicità? Insomma, più ne hai e più rischi di essere felice”. Tanto vero quanto legittimo perseguirlo. Roberto Mancini, infatti, nell’agosto del 2023 si dimise da Commissario Tecnico della Nazionale e poche settimane dopo diventò il coach della rappresentativa dell’Arabia Saudita con un faraonico ingaggio di 25 milioni all’anno. Ufficialmente si parlò di divergenze con l’allora Presidente della F.I.G.C. Gabriele Gravina, questioni legate allo staff tecnico e a un minore sostegno delle istituzioni del calcio verso la sua figura. Però vederlo a settembre con la tuta sportiva verde dell’arabia non fece un bell’effetto. Lo sappiamo tutti perché andò così e l’abbiamo scritto all’inizio del paragrafo. Ma andiamo oltre. Sul campo, poi, i risultati furono prossimi al pessimo. Finito tutto anche lì abbastanza presto mentre in Italia si tentava un nuovo percorso con Spalletti. Europeo da 5 in pagella e un altro capitombolo durante la corsa all’agognato mondiale, con il finale horror della partita di Zenica contro la Bosnia. E in panchina c’era il triumvirato: Gattuso, Buffon, Bonucci.
Crolla tutto quella notte. C’è da rifondare il calcio, si dice che i giovani devono giocare di più. Che mancano gli stadi, che boh… non si insegna più la tecnica. Puttanate. Brusìo dell’opinionismo inutile e becero delle nostre televisioni con tante ricette presentate come fosse un reel della carbonara perfetta. A qualcuno viene addirittura in mente che il futuro si sarebbe dovuto ricostruire con i due allenatori che hanno incastrato il gioco in Italia da un ventennio: Conte (ricordiamo anche la sua fuga verso i soldi del Chelsea) e Allegri. Peggio mi sento.
Poi accade che ci sono da giocare due partite e si pensa di far guidare la Nazionale dall’allenatore ad interim Silvio Baldini, attuale selezionatore dell’Under 21. Questo uomo che parla di valori del calcio, che dedica la vittoria della partita contro il Lussemburgo al cane di sua figlia, che vive questa esperienza come un dono del destino, le azzecca tutte. Mette in campo i ragazzi, li guida come un padre che ci capisce di calcio, riaccende la fiammella della passione per la nazionale e mostra al paese che il talento c’è eccome. Però non basta. Questo non è un paese per giovani. Si pensa che le rivoluzioni si debbano fare tornando all’antico: il Mancio d’Arabia dal 22 giugno, quando il mondiale americano sarà nel vivo. E a me sale una tristezza infinita.