È iniziato il conto alla rovescia per l'inizio dei Mondiali di calcio più strani di sempre: oltre 100 partite, 48 squadre partecipanti e tre Paesi ospitanti, ovvero Canada, Stati Uniti e Messico. Gli ingredienti per assistere a un evento spettacolare non mancano di certo. Peccato che, insieme all'hype smisurato pompato dagli sponsor in campo e dalla Fifa, ci siano anche diversi segnali preoccupanti da considerare. Nello specifico i riflettori sono puntati sul Messico, dove il governo progressista guidato dalla signora Claudia Sheinbaum deve fare i conti con una situazione delicatissima. Ne parlano in pochi, ma qualcuno ha il coraggio di farlo. È il caso della rivista britannica The Spectator, che ha deciso di dedicare la copertina del suo prossimo numero al dossier messicano. In prima pagina si vedono droni che volano in cielo, paramilitari armati, soldati, auto in fiamme, borse piene di soldi e blindati della polizia in azione, il tutto accompagnato da un titolo emblematico, “Grand Theft Mexico”, in riferimento al celebre videogioco “Grand Theft Auto”. Non un riferimento di cui vantarsi, visto che questo accostamento intende evocare un'immagine del Messico segnata dalla violenza criminale, dal traffico di droga e dalle sfide legate alla sicurezza pubblica. Attenzione a non ignorare il sottotitolo: “Trump's Next Move Against the Narcos”, e cioè “La prossima mossa di Trump contro i Narcos”. Insomma, a pochi giorni dal calcio d'inizio del Mondiale di calcio c'è il serio rischio che la lotta intestina tra le gang di narcotrafficanti, le misteriose operazioni della Cina sul territorio messicano e le tensioni tra Trump e Sheinbaum possano generare una tempesta perfetta.
Andiamo con ordine. Che cosa sta succedendo in Messico? Un'idea abbastanza evocativa arriva da un recente reportage pubblicato dal New York Times. Pare che da qualche mese un'ondata di armi – dai Kalashnikov ai fucili tipo AR-15 - stia affluendo dagli Stati Uniti al Messico (le stime parlano di circa 500mila armi all'anno). Siamo di fronte a un paradosso. Mentre da un lato l'amministrazione Trump pressa il governo messicano per reprimere i cartelli della droga, dall'altro i trafficanti d'armi stanno registrando affari d'oro rifornendo i narcos messicani. In particolare il famigerato cartello di Sinaloa, la potentissima organizzazione criminale dietro al raket del fentanyl che inonda le strade americane. Ebbene, questo cartello è impegnato a raccogliere quante più armi possibile per tre ragioni: per tenere testa all'offensiva del governo messicano, combattere le fazioni rivali al suo interno e accumulare scorte in previsione di un possibile intervento militare statunitense. Facciamo un piccolo passo indietro: da quando è tornato alla Casa Bianca, Donald Trump ha più volte minacciato il Messico in relazione alla guerra contro i cartelli della droga. A causa di simili pressioni - che includono sia l'introduzione di dazi punitivi sia la possibilità di effettuare operazioni militari statunitensi in territorio messicano - il governo di Città del Messico ha intensificato la lotta alla criminalità organizzata. Negli ultimi mesi le autorità hanno effettuato numerosi arresti, sequestri di droga e smantellamenti di laboratori clandestini, oltre a estradare negli Usa decine di narcotrafficanti di alto profilo. Tra i successi più significativi rivendicati dalle forze di sicurezza messicane figura l'operazione che ha portato all'uccisione di Ruben Oseguera Cervantes, noto come El Mencho, leader del Cartello Jalisco Nuova Generacion e principale rivale del Cartello di Sinaloa. Le autorità hanno presentato l'azione come la prova di una repressione sempre più decisa nei confronti dei gruppi criminali. Trump, tuttavia, ha ribadito l'intenzione di condurre una propria offensiva contro i cartelli, definendo il Messico “l'epicentro della violenza dei cartelli”. Sheinbaum ha respinto con fermezza qualsiasi ipotesi di intervento militare statunitense, sostenendo che Washington dovrebbe fare di più sul proprio lato del confine, in particolare per fermare il flusso di armi provenienti dagli Stati Uniti che alimenta la violenza e il potere dei gruppi criminali in Messico.
Già, le armi. I cartelli messicani possono contare su reti di approvvigionamento ben organizzate. I boss affidano gli ordini a una ristretta cerchia di specialisti in Messico, incaricati esclusivamente di procurare armamenti per l'organizzazione. Negli Stati Uniti, invece, una rete di coordinatori e intermediari gestisce cellule di contrabbando distribuite in diversi Stati. Per aggirare i controlli, vengono reclutati cittadini o residenti statunitensi legalmente autorizzati all'acquisto di armi, che ricevono denaro per comprare fucili e pistole presso rivenditori autorizzati, negozi specializzati e fiere del settore, spesso senza essere pienamente consapevoli della portata dell'operazione di cui fanno parte. Le armi vengono quindi trasferite clandestinamente oltre il confine, alimentando l'arsenale dei cartelli e la spirale di violenza che da anni insanguina il Messico. La Cia, intanto, risulta essere molto attiva sul territorio messicano. Lo scorso aprile, il governo Sheinbaum ha aperto un'indagine per una possibile violazione della propria Costituzione, dopo aver scoperto che due funzionari dell'ambasciata statunitense, morti in un incidente stradale nello Stato di Chihuahua, erano in realtà agenti della Cia. Poche settimane prima, una misteriosa esplosione aveva ucciso Francisco Beltran, presunto esponente del Cartello di Sinaloa, su un'autostrada alle porte di Città del Messico. Si sarebbe trattato di un omicidio mirato orchestrato dalla stessa Cia – o meglio: dalla sua sezione d'élite (e segreta), la Ground Branch - mediante un ordigno nascosto nel veicolo. Non solo: l'operazione farebbe parte di una più ampia campagna dell'agenzia contro i cartelli della droga, gli stessi che Trump considera una minaccia assimilabile al terrorismo. Il Mondiale, intanto, incombe. Le armi continuano a riempire le strade del Messico e gli Usa non sono ancora riusciti a risolvere la questione. Buon calcio a tutti!