Eravamo rimasti, pochi giorni fa, a un fiducioso Donald Trump che dichiarava urbi et orbi che ci sarebbe presto stato un accordo di pace con l'Iran. Trombe di giubilo e sospiri di sollievo si stavano appena levando in tutto l'Occidente, ancora scottato dalla crisi energetica frutto della guerra Usa in Medio Oriente, quando ecco arrivare da Washington l'ennesimo semaforo rosso. L'amministrazione Trump parla da settimane di negoziati, tregue e mediazioni, ma la verità è che il tycoon non sa ancora cosa diavolo fare con gli ayatollah. In cuor suo, il presidente statunitense avrebbe forse già voluto chiudere la questione con una stretta di mano come si usa nel mondo degli affari. Del resto le temibili elezioni di Midterm incombono e i sondaggi non sono affatto positivi. Il problema è che nello stesso entourage di The Donald ci sono personaggi non proprio irrilevanti, come il Segretario di Stato Marco Rubio, che vorrebbero risolvere il dossier in maniera differente: o con un accordo evidentemente penalizzante per Teheran e vantaggioso per Washington, oppure con il proseguo delle operazioni militari fino al crollo della Repubblica Islamica. Considerando che l'Iran non accetterà mai di sacrificare il suo programma nucleare né di piegarsi al volere del governo americano, la sensazione è che la pace sia ancora lontana.
Le ultime notizie dicono che Trump si è chiuso per due ore nella Situation Room, il centro di comando e intelligence sotterraneo della Casa Bianca, per ragionare come raggiungere un ipotetico accordo con l'Iran. Il risultato? Nessuna decisione presa. E di certo non solo a causa del pressing dei falchi anti iraniani del Congresso. Già, perché se lo scorso giovedì erano emersi alcuni dettagli relativi a una bozza di accordo tra Usa e Iran, appena 24 ore dopo Israele penetrava in Libano con le sue Forze di autodifesa oltrepassando il fiume Litani. Sotto la pressione degli oltranzisti israeliani, Benjamin Netanyahu ha ordinato all'esercito di intensificare la campagna contro Hezbollah, in una mossa che ha preso di mira anche Beirut. Che c'entra tutto questo con l'Iran? Teheran ha chiede da tempo che qualsiasi intesa preveda la fine dei raid di Tel Aviv in Libano. Peccato che l'offensiva israeliana si stia svolgendo proprio mentre i negoziati tra Washington e Teheran per porre fine al conflitto in Medio Oriente sono sempre più appesi a un filo sottilissimo.
A peggiorare ulteriormente la situazione troviamo l'attivismo dei falchi... iraniani. Il New York Times ha scritto che in Iran è in corso una lotta politica intestina. Nello specifico, la piccola ma rumorosa fazione degli intransigenti sta utilizzando manifestazioni, media statali e dichiarazioni private e pubbliche per cercare di minare i negoziati con gli Stati Uniti. Stiamo parlando di un gruppo influente, che mantiene membri in Parlamento locale e un seggio nel Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, e che si è apertamente opposto a qualsiasi concessione a Washington. In questo tutti contro tutti, la tv di Stato iraniana, controllata da un direttore ultraconservatore, ha amplificato le divisioni nazionali dipingendo i negoziati come un fallimento. Peccato che il presidente Masoud Pezeshkian abbia rimproverato la medesima televisione statale, durante un incontro con i suoi alti dirigenti, esortando i media a evitare di seminare discordia. Parole vane, visto che Teheran ha lanciato un attacco missilistico balistico contro una base aerea statunitense in Kuwait che ha causato lievi ferite a diversi americani e che ha gravemente danneggiato due droni MQ-9 Reaper. Trovare una pace in un contesto del genere appare quanto mai proibitivo se non impossibile.