Chissà cosa frulla nella testa di Donald Trump a pochi giorni dall'attesissimo, cruciale, fondamentale incontro con Xi Jinping. Il tycoon, da navigato uomo d'affari e amante della diplomazia d'azzardo, sa che arriverà in Cina da perdente. Anche se di fronte alle telecamere dei giornalisti il tycoon continua a ripetere di avere tutto sotto controllo, la realtà è che la strategia che l'inquilino della Casa Bianca aveva immaginato per indebolire il Dragone in vista del meeting con il leader cinese, è fallita su tutta la linea. I dazi hanno giusto fatto qualche graffio all'economia cinese che, di fronte a irrazionali tariffe americane imposte a mezzo mondo, si è riorganizzata attorno a nuovi partner. Il tentativo di Trump di flirtare con Vladimir Putin, forse per smarcare la Russia dalla Cina, non ha avuto alcun seguito rilevante. Il blitz in Venezuela per limitare l'influenza del gigante asiatico in America Latina, così come le reiterate pressioni sull'Europa per allontanare Bruxelles da Pechino, non sono servite a isolare Pechino (al contrario, hanno convinto i vecchi partner statunitensi a prendere le distanze da Trump). La guerra contro l'Iran, che avrebbe dovuto scatenare una crisi energetica così grave da convincere Xi a chiedere aiuto a Washington, e magari spingerlo intervenire sul campo (errore fatale!), si è infine trasformata in un boomerang militare per gli Usa. Il risultato? La Cina è rimasta lì, ferma e immobile, in vigile attesa. E fra qualche giorno chiederà il conto alla principale potenza globale. E lo farà senza aver mosso un dito.
L'Economist, che ha dedicato la copertina del suo ultimo numero al vis a vis tra Trump e Xi, ha pochi dubbi. “Se tutto andrà bene – ha scritto il settimanale – i due leader prolungheranno la fragile tregua commerciale tra i loro Paesi, e nient'altro”. Chi pensa che la guerra in Iran sarà in cima all'agenda cinese, è fuori strada. L'unico grande tema che in questo momento interessa alle due potenze non riguarda tanto il Medio Oriente, quanto i rapporti economici bilaterali. Piccolo reminder: un anno fa gli Usa avevano imposto dazi del 145% sulle merci cinesi, mentre Pechino rispondeva con serrati controllo sulle esportazioni di Terre Rare. L'industria globale era minacciata come e più dal blocco dello Stretto di Hormuz, al punto che qualcuno iniziava a intravedere l'ombra di una possibile recessione mondiale. Ecco, questo pericolo è stato scampato lo scorso ottobre quando americani e cinesi hanno ridotto i dazi reciproci. L'unico grande traguardo che potrà essere raggiunto da Trump e Xi coincide dunque con il consolidamento della (fragile) tregua commerciale tra Stati Uniti e Cina. Anche perché Washington e Pechino non si fidano più l'uno dell'altro. I funzionari cinesi pensano che l'attuale presidente statunitense non sia in grado di affrontare gli enormi problemi strutturali esistenti tra i due giganti, mentre gli americani hanno ormai capito di non poter più auspicare di cambiare il modello economico e politico del Dragone. L'alternativa alla sopportazione, attraverso negoziati e tregue, è la guerra aperta. E nessuno, per ora, vuole arrivare a tanto.
E la guerra in Iran? Il casino in Medio Oriente? L'Europa e il conflitto ucraino? Trump non farà le veci del “poliziotto del mondo” e si limiterà a pensare per sé. Per evitare di perdere la faccia, o peggio di tornare a casa denigrato dagli editoriali del New York Times, The Donald cercherà di dare l'impressione di aver vinto in qualche campo. Il più malleabile coincide con quello economico. Il tycoon giocherà dunque proprio su questo, spiegherà che il surplus commerciale della Cina con gli Usa è sceso dagli oltre 400 miliardi di dollari del 2018 ai circa 200 miliardi del 2025, e, utilizzando simili dati, dirà che le sue tattiche stanno funzionando. I cinesi alzeranno il sopracciglio, faranno spallucce e continueranno a usare la loro strategia, molto più astuta di quella trumpiana. Già, perché è vero che l'export cinese verso gli Usa è diminuito, ma quello generale è aumentato a conferma di un fatto evidente: Pechino ha dirottato le esportazioni in altre regioni (Europa e Sud Est Asiatico in primis) per compensare, o quanto meno limitare, la perdita delle quote statunitensi. Non è un caso che nel 2025 la Cina abbia registrato un surplus commerciale annuo record di quasi 1.200 miliardi di dollari. E l'Iran? Xi continua a prendere le distanze dal conflitto in Medio Oriente, limitandosi a ripetere che forse è meglio per tutti normalizzare le operazioni nello Stretto di Hormuz. Non avrebbe senso, per lui, fare altrimenti, visto che la Cina è un elettrostato, non considera più il petrolio iraniano essenziale per la sua sopravvivenza e poi può sempre contare sui rubinetti di Putin. La sensazione, dunque, è che Trump proverà a far passare la sua sconfitta come se fosse una vittoria. Al prezzo di allentare la presa su Taiwan, l'isola che il Dragone ha giurato di volersi riprendere. Prima o poi. Con le buone o con le cattive.