Franco Baresi se n'è andato oggi e tutti, noi compresi, ci siamo sperticati nel raccattare aneddoti, elogi, testimonianze e modi per raccontare la sua grandezza. Poi ci siamo accorti che la miglior testimonianza del Capitano, oltre le sue partite sia ben chiaro, non arriva dalla voce di altri, ma dalla sua. La voce di Baresi, già di per sé una rarità, qualcosa di strano per un uomo schivo e riservato. Ma a farlo aprire e raccontare nel 2021 è stato Federico Buffa al Festivaletteratura, in occasione della presentazione dell'autobiografia del 6 del Milan. E già c'è un dettaglio non da poco, Baresi infatti non si apre di fronte a uno qualunque, ma a Federico Buffa. Non solo uno dei nostri grandi narratori sportivi, soprattutto un gran milanista. Il capitano riconosce i suoi. Un tifoso, che come nel più candido sogno di ogni bambino, si trova faccia a faccia con il suo capitano e gli può chiedere quello che vuole.
Baresi parte da lontano, dall'oratorio di Travagliato, i primi calci al pallone tirati con i fratelli, la povertà da ragazzino che gli ha insegnato il sacrificio prima ancora di un allenatore. Un provino “così così” con il Milan, che poi ha deciso di prenderlo perché aveva “qualcosa che non si può allenare”.
Lo abbiamo detto, Baresi non è un animale da palcoscenico, un amante delle telecamere, un mattatore. Basti pensare che la sua immagine più iconica non è un'azione, un'intervista o un trofeo, ma il proverbiale braccio alzato. Un gesto silenzioso quanto eloquente. In campo Baresi era uno che parlava con uno sguardo. Così, il tifoso curioso Buffa non può non chiederglielo, come ha fatto uno dal carattere così ha diventare un emblema del ruolo di capitano? “Quando avevo 22 anni sicuramente forse non ero pronto per essere capitano, ma ho imparato strada facendo e quando uno non parla molto credo che sia importante l'esempio”. Una frase che è una summa di saggezza, poche parole, molti fatti, è una summa del resto della carriera e della vita di Franco Baresi.
Poche parole, tantissime vittorie, leggendarie, storiche. Soprattutto la stima e l'affetto di tutti, compagni e avversari. Maradona su tutti, che di Baresi ha indossato la maglia numero 6 in video diventato iconico: “Gli anni ’80-’90 dove Maradona era l’avversario più difficile, più ostico. Ma è stato straordinario, perché non si lamentava per le botte che prendeva, ma poi si muoveva e aveva sempre una parola per la squadra, per il compagno. Questo è stato un leader importante. Berlusconi è stato straordinario, perché quando è arrivato al Milan subito aveva in mente qualcosa di non normale. Infatti lui cercava sempre di parlarci, di trasmetterci che voleva vincere, ma voleva emozionare. Voleva vincere, ma voleva fare qualcosa di diverso”.
Vittorie sì, tante, le Champions e il Pallone d'Oro su tutte, ma anche qualche sconfitta. La più bruciante e allo stesso tempo straordinaria è la finale del Mondiali di Usa 1994. Baresi, all'ultimo Mondiale della sua carriera, si rompe il menisco alla prima partita: “Il mister dopo l’operazione mi viene a trovare in camera e mi dice: Franco, se vuoi rimanere, rimani, noi siamo felici. Però sappi che dobbiamo arrivare fino in fondo, se in caso tu potessi giocare ancora. E allora decisi di rimanere, ma mai avrei pensato di giocare una partita, al di là che l’Italia sarebbe andata avanti, che sarebbe arrivata in fondo. Quindi rimasi col gruppo e piano piano feci le mie cure tranquillamente, i miei esercizi, vedevo la squadra che soffriva, perché chi ricorda quel Mondiale, ogni partita era una sofferenza, perché il clima …le partite che abbiamo vissuto, perché sia con la Nigeria, sia con la Spagna sono state sempre partite dentro o fuori, a rischio e quindi veramente quel gruppo tante volte è stato poco nominato e ha avuto poche soddisfazioni, ma credo che quel gruppo lì invece ha fatto un Mondiale secondo me straordinario, al di là che era un calcio che magari tanti pensavano di poter fare, perché avevamo Sacchi come allenatore, potevamo e dovevamo …invece in quel contesto credo che abbiamo fatto grandi cose e siamo riusciti ad arrivare fino in fondo perché c’era un gruppo veramente solido, sia moralmente, ma anche sul piano del temperamento”. Un recupero oltre i limiti del corpo umano, per tornare in campo contro il Brasile di Romario e Bebeto e non concedere nemmeno un gol. Salvo poi, in un finale amarissimo, sbagliare il rigore ancora prima di quello più famoso di Baggio.
Una carriera straordinaria, una vita da uomo esemplare, un qualcosa “che non si poteva allenare” dicevano quelli che lo hanno voluto al Milan. Ma cosa? Prendendo in prestito le parole da uno che non giocava le partite ma i film, vogliamo pensare che quel qualcosa sia lo stesso che in Franco Baresi ha intravisto il regista Werner Herzog: “Non c'è mai stato nessun altro calciatore che ha capito così bene fisicamente il concetto di spazio, mi piacerebbe davvero nel fare i miei film essere uno che riesce a capire il cuore dell'uomo e gli spazi come l'Amazzonia, proprio come Baresi ha capito il gioco”.