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28 luglio 2026

Nell'Italia di lecchini e trasformisti Paolo Maldini è l'unico davvero non moderato della Nazionale. Se ne frega della poltrona e dopo il caso Pirlo se ne va senza compromessi

  • di Michele Larosa Michele Larosa

28 luglio 2026

In sedici giorni Paolo Maldini ha dato all'Italia una lezione che il calcio azzurro aspettava da tre Mondiali: quella di chi sceglie di andarsene con le sue idee piuttosto di restare ostaggio di un potere che promette di cambiare per restare sempre uguale

Foto di: Ansa

Nell'Italia di lecchini e trasformisti Paolo Maldini è l'unico davvero non moderato della Nazionale. Se ne frega della poltrona e dopo il caso Pirlo se ne va senza compromessi

Italia, paese di santi, poeti e navigatori, anche paese di democristiani, berlusconiani, arrampicatori e poltronisti di professione, paese dei Don Abbondio, di pavidi inetti, di cortigiani leccaculo, di cerchiobottisti, di casacche cambiate a seconda del vento e di ginocchia sempre pronte a piegarsi davanti a chi comanda. Paese di amici, amici degli amici e amici degli amici degli amici. E lo sport più italiano di tutti non può certo fare eccezione. Perché a questo punto, ai tre Mondiali mancati di fila, ci siamo arrivati per tutti questi motivi. Per la mancanza di coraggio, l'attaccamento alla poltrona, le riforme rimandate, gli interessi di bottega messi sempre prima del bene del gioco. Perché anche il nostro calcio, in fondo, ha finito per assomigliare al paese che lo ospita: un sistema di piccoli poteri locali, di veti incrociati, di amichettismo, di cambiamenti perché tutto rimanga com'è. E allora in questo mondo noi vogliamo essere come Paolo Maldini.

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Giovanni Malagò e Paolo Maldini Ansa

L'avventura da direttore tecnico della Nazionale del 3 è durata meno di Papa Luciani, 16 giorni per abbandonare il soglio pontificio del calcio azzurro. Ma Paolo Maldini nei suoi 16 giorni ha avuto quantomeno un merito, quello di individuare una strada e imboccarla fino alla fine, fino a lasciare quando è stata abbandonata. Un nome nuovo, cambiamento, difesa a 4 e gioco offensivo. I modelli che hanno costellato la sua carriera e lo hanno fatto leggenda: Rinus Michels, Cruyff, Sacchi, Guardiola, Ancelotti. Questi i capisaldi dell'ex capitano del Milan, e ci ha provato. Prima con Guardiola, poi timidamente con Ancelotti e infine ci era quasi riuscito con Pirlo, poi travolto dalle polemiche sulla sponsorizzazione russa. Nomi che solo un pazzo avrebbe messo sul piatto, e proprio di un pazzo ha bisogno la triste Armata Brancaleone azzura. Ma al di là della bontà della scelta, che sarebbe stata valutata dal campo, chiude la sua esperienza con una frase che dice tutto: “Non vogliono il cambiamento”.

Piccato, deluso, amareggiato, per un'autonomia che gli era stata prospettata ma che non ha incontrato il riscontro dei fatti. Maldini non ci sta a fare la bella facciata di Malagò, il possibile capro espiatorio senza possibilità di parola. E allora, meglio di stare avvinghiato al posto, con il sorriso falso e il bonifico in banca, Paolo Maldini preferisce lasciare. Spigoloso, allergico ai compromessi, presuntuso per natura ma anche per diritto divino, calcistico e di discendenza. Se il Corriere titola: “non si può essere ostaggi della sua ostinazione”, noi diciamo siate come Paolo Maldini. Con la schiena dritta e il coraggio delle idee, la coerenza non è un vezzo superato, nè un limite caratteriale da correggere in nome dell'italico “pragmatismo”. È l'unica cosa che, alla fine, un uomo può davvero lasciare in eredità: l'esempio di essersi tirato indietro quando restare significava tradire sé stesso. In un paese che scambia la furbizia per intelligenza, l'arrendevolezza per saggezza, eleva la medietà, il compromesso, il servilismo, a valore, sedici giorni vissuti in piedi guardando al futuro valgono più di una carriera intera passata in ginocchio.

https://www.youtube.com/watch?v=_Iq-3VyRFzM

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