La scorsa settimana, Valentino Rossi e Kimi Antonelli hanno entrambi trovato il modo di far parlare di sé meravigliando, per l’ennesima volta, chi gli sta intorno. Due storie diverse, due età diverse, due momenti di carriera agli antipodi. Eppure, guardandole bene, raccontano la stessa cosa: il valore di restare dentro il presente, dando tutto quello che si ha in quel preciso momento, anche quando servirebbe a poco o niente sulla carta.
Partiamo da Misano, giovedì scorso. L’Academy di Valentino è scesa in pista per un paio d’ore di allenamento, come capita spesso durante l’anno. Stavolta, però, per la prima volta, in sella c’è anche il Dottore. Con la sua Yamaha R1 GYTR Pro fa tre uscite da una dozzina di giri l’una, in una giornata di caldo mostruoso, senza nessun motivo apparente per farlo se non il gusto di tornare a provare quelle emozioni e quel feeling che per un pilota non tramonta mai.
Insomma, va a sudare in pista con i suoi ragazzi - Marini, Morbidelli, Vietti e persino con Bagnaia, che porta a Misano entrambe le sue Ducati nonostante il braccio operato una settimana fa - nonostante, a quarantasette anni suonati, nove titoli mondiali e a cinque anni dal ritiro, non abbia nulla da dimostrare.
I tempi, presi dal muretto box in assenza di cronometraggio ufficiale, dicono che il Doc ha girato tra l’1’37’’ alto e l’1’38’’ basso. Per capirci, a Misano, in occasione del round della Superbike, Andrea Locatelli è stato il migliore delle Yamaha ufficiali in gara e ha messo a segno un 1’34’’179 come miglior tempo.
Quasi quattro secondi di differenza che, se in una gara di Mondiale sono un abisso, in una prova libera quasi random acquistano un significato totalmente diverso. Anche perché, Rossi non era lì per stampare un tempone: era in pista per allenarsi, per mantenere un filo con il suo passato e, soprattutto, per il gusto di spingersi ancora al limite divertendosi. E alla fine, conoscendolo, un pelo incaz*ato ricordando quanto andava più veloce anni fa lo sarà pure stato. Una giornata passata a pennellare le curve di casa di nuovo, con la solita fame di sempre.
Tutto bellissimo mentre dall’altra parte d’Europa, in un contesto completamente opposto, c’era l’amico Kimi Antonelli all’ennesimo esame di maturità in questo 2026. Questo perché, in Ungheria, il weekend era partito storto fin dal venerdì, quando aveva ceduto il volante della sua W17 al terzo pilota Mercedes Frederick Vesti, in pista nelle prime libere come richiesto dal regolamento. E il sabato era andato anche peggio, con una penalità di tre posizioni da scontare in griglia - per non aver rallentato a sufficienza in regime di bandiera gialla - che lo aveva costretto a scattare dalla settima casella su una pista dove sorpassare è quasi impossibile. Tutto ciò, nel weekend più complicato in termini di prestazioni per la Mercedes.
La risposta in gara, però, è impressionante: attacca con un ritmo pazzesco e, grazie alla strategia perfetta studiata dal muretto delle Frecce d’Argento, si prende un podio che vale molto di più dei soli quindici punti conquistati in classifica. Il perché è semplice: allunga sia su Hamilton che su Russell, portando il suo vantaggio a 50 punti su Sir Lewis e 59 su George, un gap enorme che poche volte si era visto negli ultimi anni alla vigilia della pausa estiva.
Insieme a Mercedes ha raddrizzato un fine settimana in cui tutto sembrava andare storto, trasformando un potenziale disastro in uno dei risultati più importanti della stagione. Il tipo di podio che, a dicembre, conta più di una vittoria.
Sono due storie diverse, ma con un filo che le lega. Da una parte c’è Valentino, che potrebbe vivere di gloria passata e invece si mette lì a sudare per un tempo “inutile” e comunque inavvicinabile per qualsiasi comune mortale in pista. Dall’altra Kimi che, anziché guardare solo al futuro amministrando il vantaggio in classifica, ri-costruisce il suo presente spingendo a tutta consapevole di quanto importante sia ogni punto per il suo mondiale, che per ora lo vede in testa e a tratti ingiocabile.
Uno lo fa solo per passione, l’altro anche per necessità. Ma entrambi, nello stesso momento, hanno scelto di dare tutto ed è proprio questo, alla fine, il tratto che li accomuna. Non è solo una questione di talento, ma di una fame che sembra non avere eguali.