Napoli, anni Ottanta. Due entità si dividono la città. Un re e un dio. “O Re” è Luigi Giuliano, boss della Camorra; “dios” è Diego Armando Maradona. È nel calcio che la sacralità sfocia nel profano. San Paolo dà il nome al tempio che nel 1984 accoglie il divino Diego. Life is life degli Opus la musica della liturgia. Comincia così la puntata de La giusta distanza di Roberto Saviano su La7. Quel giorno del 1984 Maradona saluta: “Buonasera napoletani”. Come Papa Francesco, anni dopo, affacciato su San Pietro per la benedizione “Urbi et Orbi”. Nella prima conferenza stampa un giornalista francese chiede se Maradona conosce la Camorra. Tradotto: dietro il trasferimento di Dio c’è la mafia? Il presidente Ferlaino lo caccia, non risponde, dice che la domanda è una provocazione. È una storia di legami, quella raccontata da Saviano. Il primo da indagare è quello familiare. Con Salvatore Giuliano, figlio di Luigi “O re”, parla del patriarca del clan: Pio Vittorio Giuliano, arricchitosi con il contrabbando di sigarette americane negli anni Cinquanta tra le vie di Forcella. Scorrono le lancette, i Giuliano diventano i più potenti in città. Alle sigarette vengono affiancate, grazie alla visione di Lugi, le scommesse. Il Toto calcio diventa il Toto nero, più veloce, che permette vincite immediate e veloci. Luigi Giuliano riunisce i clan nella “Nuova famiglia”, nel 1978 la “fratellanza” sottoscrive un patto. L’obiettivo è l’opposizione alla Nco, Nuova Camorra Organizzata, associazione guidata da Raffaele Cutolo: “Ci organizzammo per rispondere alla guerra di Raffaele Cutolo”. Negli anni Ottanta è la fazione di Giuliano a prevalere grazie al sangue dei nemici. “O Re” diventa uno solo.
Il calcio, invece, è Maradona. In quegli anni si fa strada prima nelle Cebollitas, poi tra i grandi dell’Argentinos Jr e infine a Barcellona. Nel 1983, anno della svolta nella Napoli criminale e l’inizio del regno di Giuliano, Maradona subisce un grave infortunio. Sembra un giocatore finito. Solo il Napoli del presidente Ferlaino e del direttore sportivo Luciano Moggi ci crede. E la fiducia paga: Maradona e il Napoli vincono due Scudetti (il primo, leggendario, nel 1987) e una Coppa Uefa. Diego diventa “D10S”. Ma la natura divina pesa. Maradona è circondato da fedeli, non lo fanno respirare. Vuole scappare. Una donna afferma di aver partorito suo figlio. Lui nega. Diego è soffocato dall’amore di un popolo che vuole strappargli i capelli per conservarli come reliquie, come frammenti di un santo. L’insofferenza del fuoriclasse diventa evidente e la distanza tra lui e la città, tra Diego e il club, incolmabile. Iniziano a circolare notizie: Il Mattino nel 1989 pubblica una foto che ritrae l’argentino a casa dei Giuliano. Non c’è Luigi, “O Re”. Perché è già in carcere. La foto, infatti, sarebbe stata scattata molto prima, prima addirittura dello Scudetto del 1987. Come mai escono solo ora quelle immagini? Perché proprio adesso il rapporto tra i Giuliano e Maradona viene svelato?
Il facilitatore di questo rapporto è Carmine Giuliano, tifosissimo, vicino agli ultrà. Maradona però non sa chi è che lo sta corteggiando. Per la Camorra esporre il corpo di Diego equivale a mostrare potere. Per avvicinare D10S il clan sfrutta la sua dipendenza da cocaina. Prova ad aiutarlo lo storico preparatore, Fernando Signorini, ma la droga è un mondo estraneo. Il campione ne diventa presto dipendente. La disponibilità del resto è infinita, dalla fine degli anni Settanta sono entrati anche gli stupefacenti, attraverso il porto di Napoli, nei business dei Giuliano. Maradona vince, ma l’ultimo anno in città è terribile: risulta positivo all’antidoping, viene sospeso, scappa nella notte. È solo quando parte. I suoi vizi prenderanno il sopravvento. Camorra, calcio, Dio e un re; una storia di pentiti, di morti per overdose, di morti ammazzati. È la Napoli degli anni Ottanta.