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Delitto di Garlasco: non rompete il ca*zo a Alberto Stasi! È l’unica cosa da fare, mentre lui non può farne due

Emanuele Pieroni

14 giugno 2026

Ok, scannatevi pure sulla parole “libertà” e sull’opportunità di utilizzarla per descrivere la nuova condizione di Alberto Stasi. Ma dieci anni di cella lasciano addosso un odore che non si dissolve con una firma. Lasciate che Alberto Stasi impari di nuovo a respirare, riconoscendogli il diritto alla decompressione ora che, per lui, le regole sono "solo" due…

Foto di: Ansa

Lasciate che quest'uomo riapprenda il ritmo dei propri passi senza il tempo battuto da un custode. Rispettate la decompressione, prima di pretendere che torni a essere un animale sociale. Concedetegli il lusso nobilissimo di tornare, semplicemente, a essere un uomo. Detta alla MOW? Non rompete il caz*o a Alberto Stasi! Non rompetegli il caz*o adesso che il Tribunale di Sorveglianza di Milano gli ha concesso qualcosa di molto simile alla vita normale: l’affidamento in prova presso la stessa azienda in cui lavora da tempo e la possibilità di cominciare a vivere da uomo libero. Laddove, sia chiaro, quel “libero” è un termine improprio, visto che comunque libero non sarà. Su MOW tendiamo a cercare sempre il taglio laterale e discutere di ciò di cui discutono tutti ci piace poco. Anche perché è inutile stare a scannarsi su quanto vale la decisione del Tribunale di Sorveglianza, visto che, paradossalmente, è vero tutto e il contrario di tutto: c’entra niente con la revisione del processo, con Chiara Poggi, con Andrea Sempio, con l’indagine di Napoleone e Civardi, non mette in dubbio la colpevolezza, ma, contestualmente, significa qualcosa di importante (i motivi li avevamo già spiegati qui) perché c’è un parere della Procura Generale di Milano e ci sono passaggi nel testo non ignorabili.

Il punto, per noi, oggi è un altro. E riguarda questa tentazione che abbiamo tutti – e che oggettivamente è pure comprensibile – di sapere cosa farà, come vivrà, che abitudini sposerà, adesso che è quasi libero, Alberto Stasi. Una curiosità morbosa inevitabile dentro un caso così mediatico, ma con la necessità di capire - soprattutto per chi fa il mestiere del raccontare – che serve il tempo della decompressione pure a uno che si chiama Alberto Stasi e ormai le spalle ce l’ha grosse per forza. Solo che ha pure un diritto sacrosanto, quasi biologico, all'ambientamento. Alle non domande. Alle non risposte. La letteratura antica, che dell'umano conosceva le pieghe più feroci, lo sapeva bene. Nell’Odissea, quando Ulisse finalmente tocca la terra di Itaca dopo vent'anni di assenza e naufragi, Omero non lo dipinge mentre corre a farsi intervistare dai sudditi o ad abbracciare la folla. Anzi: Ulisse si sveglia e trema. Si sveglia e ha paura. Si sveglia e è disorientato. E non riconosce la sua stessa terra, avvolta dalla nebbia per volere di Atena. Il primo istinto del reduce è il sospetto, il disorientamento, il bisogno di nascondersi: “Ahimè, alla terra di quali uomini sono giunto adesso?”. Se persino l’eroe dal multiforme ingegno ha avuto bisogno di una cortina di nebbia e di una solitudine strategica per ritrovare se stesso prima di ritrovare gli altri, come possiamo pretendere la trasparenza immediata da chi ha scontato un decennio di cattività? Anche se lo chiamavano biondino con gli occhi di ghiaccio.

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Le prescrizioni contenute nel provvedimento del Tribunale di Sorveglianza di Milano

Sì, “libertà” è un termine improprio. Una farsa. Ma non per le ragioni dei soliti profeti delle negatività. La libertà di Alberto Stasi, in questo esatto momento, è una farsa per gli entusiasti del giorno dopo che vorrebbero il resoconto, la catarsi, la battuta pronta per l'intervista. Pretendendo, con stupida e cannibale supponenza, che Alberto Stasi si sintonizzi all'istante sulle frequenze della mediaticità del delitto di Garlasco. E’ una cazzata, oh! A prescindere se lo si ritiene innocente, colpevole o non giustamente condannato. Dieci anni di istituzione totale restituiscono un subacqueo – anche se ex bocconiano ormai abituato a tutto - che risale da un fondale senza camera di decompressione. Chi esce dal carcere soffre di una forma radicale di agorafobia sensoriale e relazionale. Vale per tutti e, inevitabilmente, varrà per Alberto Stasi. Psicologicamente, il sé si è contratto per sopravvivere alla routine del controllo; lo spazio intimo si è ridotto a un perimetro claustrofobico e scaraventare questa fisiologica fragilità rischia d’essere sadismo camuffato da gioia di vederlo fuori. Di immaginarlo libero. O quasi libero prima della Revisione.

A mettere le mani avanti. A dire senza dire. A spiegare senza stare troppo a spiegare, ci ha provato, ancora una volta, Giada Bocellari. Con un video diffuso ai giornalisti in cui illustra il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza come grimaldello per illustrare anche lo stato d’animo attuale del suo assistito. Il tutto mentre quel provvedimento comincia a circolare in rete e sui social, dimostrando quello che chiunque di buon senso ha sostenuto sin dal primissimo minuto: c’entra niente con la Revisione, ma ha un valore che non può essere ignorato. E che quel provvedimento del Tribunale di Sorveglianza di Milano, nelle pagine più crude, quelle relative alle prescrizioni che comunque restano, spiega pure che mentre tutti noi dovremmo, infondo, solo limitarci a non rompere il caz*o a Alberto Stasi per un po’ (magari fingendo che tutto è come qualche giorno fa), lui, Alberto Stasi, di cose non potrà farne solo due: allontanarsi dalla Lombardia e farsi beccare fuori casa nell’orario compreso tra le 23 e le 6,30 del mattino.

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