In un periodo molto particolare, ossia mentre Donald Trump minaccia di mandare al diavolo la Nato, la sua amministrazione promette di tagliare navi, aerei e missili destinati dall'Alleanza Atlantica, i rapporti tra Unione europea e Stati Uniti non sono mai stati così deprimenti e l'intero Vecchio Continente è frammentato senza sapere come muoversi né cosa fare con i dossier più scottanti sul tavolo – dalla guerra in Ucraina alla gestione delle future relazioni con la Russia, dalla crisi energetica alle tensioni in Medio Oriente – è stato tradotto e pubblicato in Italia un libro che può aiutare a capire qualcosa in più sul presente. Quando leggete in giro editoriali che irrazionalmente sostengono gli Usa, se ascoltate giornalisti, esperti e intellettuali che inneggiano fin troppo spesso - quasi in maniera messianica - ai valori americani da anteporre a qualsiasi cosa ci sia sull'altro fronte, ecco che in quel caso ci viene in aiuto La Guerra Fredda culturale. Come la Cia ha influenzato l'immaginario europeo, un libro enorme in termini di pagine e contenuti, dato alle stampe nel 1999 ma adesso portato da Fazi per la prima volta nel nostro Paese. L'autrice, Frances Stonor Saunders, quasi 30 anni fa ha rivelato per la prima volta come, nel secondo dopoguerra, gli Stati Uniti – attraverso la Cia – abbiano sostenuto e orientato una vasta rete di iniziative culturali in Europa, con il fine ultimo di contrastare l'influenza sovietica e plasmare il dibattito intellettuale occidentale. Con risultati spesso più che eccellenti e che ancora oggi pesano in maniera evidente sull'immaginario europeo.
Il titolo originale dell'opera, Who Paid the Piper?, e cioè Chi pagava il pifferaio?, è ancora più emblematico. Uscita a pezzi dalla seconda guerra mondiale, l'intera Europa era un “cadavere squisito”, una allettante terra di conquista che gli Stati Uniti volevano assolutamente sfruttare a proprio vantaggio per contrastare l'influenza sovietica. Per effettuare un'operazione del genere non servivano armi, bensì tanti soldi e un sistema ben rodato. Al centro di questo sistema c'era il Congress for Cultural Freedom, una copertura della Cia che sostenne a suon di quattrini l'uscita sul suolo europeo di riviste come Encounter, Preuves, Der Monad e, in Italia, Tempo Presente (diretta da Ignazio Silone e Nicola Chiaromonte). Allo stesso tempo furono coinvolti in questa sofisticata guerra culturale anche molti dei più influenti intellettuali del Novecento: da Isaiah Berlin a Hannah Arendt, da George Orwell a Raymond Aron. Rientravano nella strategia statunitense anche grandi manifestazioni musicali, come la Conferenza internazionale della musica del ventesimo secolo a Roma nel 1954, la tournée della Boston Symphony Orchestra nelle capitale europee, le mostre sull'espressionismo astratto americano e la diffusione dell' “arte della libera impresa”. A un certo punto, il suddetto Congresso arrivò a contare uffici in 35 Paesi, a stipendiare decine di persone, a pubblicare più di 20 riviste di prestigio, a organizzare esposizioni d'arte, diffondere notizie di opinione e a ricompensare diverse personalità con premi e pubblici riconoscimenti. “La sua missione consisteva nel distogliere l'intellighenzia europea dal fascino duraturo del marxismo e comunismo, in favore di una visione del mondo che si accordasse meglio con l'American Way”, scrive Saunders.
Ma quindi, in concreto, che cosa succedeva in Europa nel secondo dopoguerra? Gli intellettuali e le istituzioni sovvenzionate dalla Cia, più o meno consapevolmente, dovevano agire come elementi di una campagna di persuasione ampissima, oltre che come protagonisti assoluti di una guerra di propaganda. Una componente essenziale di questo sforzo coincideva con la guerra psicologica, e cioè l'uso pianificato della stessa propaganda per esercitare influenza su opinioni, atteggiamenti, emozioni e comportamenti di interi gruppi di bersagli così da favorire il conseguimento di obiettivi nazionali statunitensi. Il programma in questione aveva il nome in codice di “Packet”: doveva esercitare pressione sugli opinion leader d'oltreoceano, compresi giornalisti, commentatori, politici e professori ai quali avevano già fatto appello i comunisti. Insomma, la Cia si comportava come se fosse una specie di ministero della Cultura degli Stati Uniti, o meglio ancora, “appariva sempre più come un elefante solitario che irrompeva, devastandola a ogni passo, nella cristalleria della politica internazionale, senza che dovesse rispondere a nessuno delle sue azioni”. La Guerra Fredda culturale è davvero terminata con la fine della Guerra Fredda vera e propria? La risposta è negativa. Le grandi potenze continuano a usare ancora adesso forme contemporanee del potere culturale, tra innocuo soft power, ambigua propaganda e pericolosa guerra cognitiva. Riconoscerne i segnali è sempre più difficile.