C'è una cosa che la politica non ha mai capito. Le parolacce non sono parole. Sono fenomeni atmosferici. Una parolaccia non si dice. Esce. È un'eruzione dell'anima. Un colpo di tosse del cuore. Una bestemmia senza Dio, una poesia senza metrica, un dialetto senza accademia. Per questo mi ha fatto sorridere la polemica sul sindaco di Matera, Antonio Nicoletti, che alla Festa dello Studente ha invitato i ragazzi a impegnarsi nelle loro “cazzo di vite”, salvo poi trovarsi sommerso da editorialisti, moralisti, pedagogisti e professionisti dell'indignazione permanente. Ora, chiariamo una cosa. “Cazzo” non è una parolaccia. In Italia “cazzo” è un avverbio, un sostantivo, un aggettivo, una congiunzione, un punto esclamativo e, in certi casi, una filosofia di vita. "Che cazzo fai?" “Dove cazzo vai?” “Che cazzo ne so.” Sono costruzioni linguistiche complesse. Roba che se la studiassero a Oxford ci farebbero una cattedra. Le parolacce appartengono al dialetto. Non al dialetto geografico. Al dialetto sentimentale. Quando un siciliano dice “minchia” non sta usando una parola oscena. Sta esprimendo un'intera gamma emotiva che va dalla meraviglia alla disperazione passando per la metafisica. “Minchia.” Può significare tutto. Perfino Dio. Lo stesso vale per “cazzo”. Detto questo, le parolacce non possono essere usate dalla politica. E qui sta il punto. Non perché offendano. Ma perché la politica è incapace di usarle. La politica prende una parola viva e la trasforma in una delibera comunale. La imbalsama. La sterilizza. La rende un comunicato stampa. La parolaccia nasce nella pancia e muore nell'ufficio stampa. Quando un muratore dice “vaffanculo” sta compiendo un atto poetico. Quando lo dice un politico sembra una campagna di marketing. Le parolacce sono moti del cuore. La politica è moto perpetuo della burocrazia. Sono due mondi incompatibili. Le parolacce sono sincere. La politica no. Le parolacce nascono da una verità improvvisa. La politica da un compromesso. Le parolacce sono jazz. La politica è l'ascensore dell'INPS. Per questo la polemica è ridicola. Da una parte ci sono quelli che si scandalizzano perché un sindaco ha detto "cazzo". Gente che probabilmente passa le giornate a scrivere sui social cose infinitamente più violente di una parolaccia. Dall'altra ci sono quelli che esultano perché finalmente un politico parla come la gente. Errore. La gente non parla come la gente. La gente parla come sé stessa. Un ragazzo può dire “cazzo”. Un pescatore può dire “cazzo”. Un camionista può dire “cazzo”. Mia nonna poteva dire “cazzo” con una grazia che avrebbe fatto arrossire Dante.
Ma un sindaco resta un sindaco. Anche quando sale sul palco della Festa dello Studente. Anche quando vuole sembrare spontaneo. Anche quando cerca disperatamente di essere cool. Perché il problema non è la parola. Il problema è il costume di carnevale. La politica contemporanea passa il tempo a travestirsi. Vuole essere giovane. Vuole essere social. Vuole essere influencer. Vuole essere TikTok. Vuole essere meme. Vuole essere tutto tranne quello che dovrebbe essere. E così arriva il sindaco che dice “cazzo”. Domani arriverà l'assessore che dirà “minchia”. Dopodomani il presidente della Regione che farà un balletto su TikTok. E alla fine avremo una classe dirigente che parla come uno streamer e governa come una stampante inceppata. Lasciate le parolacce ai poeti, ai pescatori, ai disperati, agli innamorati e agli ubriachi. Lasciatele ai dialetti. Lasciatele al cuore. Perché una parolaccia vera non si programma. Non si comunica. Non si strategizza. Una parolaccia vera arriva quando tutte le altre parole hanno fallito. Ed è una proprio per questo che la politica non dovrebbe usarle. La politica dispone di milioni di parole. Le usa tutte. E non riesce comunque a dire un cazzo. Che è una parola teologica, non politica. Non ci scassare la minchia, politici di questa stragrande coppollazza di minchia odorosa di cazzo.
P.s. sono autorizzato a scrivere questo pezzo poiché io e Quentin Tarantino condividiamo un record. Tarantino nell'uso della parola “fuck”, io nell'uso della parola minchia. Certificato da Mario Baudino in un pezzo di La Stampa.