Leggo che tre persone risultano indagate nell'ambito dell'iter del Ponte sullo Stretto. Si parla di presunti tentativi di influenzare verifiche e controlli sul progetto. La magistratura farà il suo lavoro e stabilirà chi ha ragione e chi ha torto. Ma la notizia vera è un'altra.
La notizia vera è che il Ponte sullo Stretto sta funzionando perfettamente. Anzi, direi che funziona meglio di qualsiasi altro ponte mai costruito nella storia dell'umanità. Perché noi continuiamo a commettere l'errore di pensare che il Ponte sullo Stretto sia un ponte. Non lo è. Il Ponte sullo Stretto è una forma filosofica. Una categoria dello spirito. Un ente metafisico. Platone aveva il mondo delle idee. Noi abbiamo il Ponte sullo Stretto. Esso non deve necessariamente essere costruito. Deve essere pensato. Un ponte vero collega due sponde. Il Ponte sullo Stretto collega assessorati, studi legali, società di consulenza, commissioni tecniche, uffici stampa, studi di fattibilità, contro studi di fattibilità, conferenze, convegni, rendering tridimensionali e tavoli istituzionali. Un ponte normale genera traffico. Il Ponte sullo Stretto genera documentazione. Da sessant'anni produce faldoni, analisi, dibattiti, incarichi, osservazioni, integrazioni, verifiche, relazioni e revisioni delle relazioni. Produce perfino le critiche a sé stesso. È un organismo autosufficiente.
Nel resto del mondo si costruiscono opere. In Italia costruiamo l'ecosistema dell'opera. È una differenza sottile ma fondamentale. Se domani mattina qualcuno posasse davvero la prima pietra e iniziasse a completarlo, rischieremmo una catastrofe economica. Migliaia di professionisti resterebbero senza il loro habitat naturale. Geologi senza perizie. Urbanisti senza simulazioni. Esperti senza tavole rotonde. Politici senza conferenze stampa davanti ai rendering. Sarebbe come prosciugare una palude e chiedersi dove sono finite le rane. Il Ponte sullo Stretto è già stato costruito centinaia di volte. Esiste in PowerPoint. Esiste nei rendering. Esiste nelle campagne elettorali. Esiste nelle polemiche. Esiste nelle trasmissioni televisive. Esiste nei titoli dei giornali. Esiste perfino nelle inchieste. La sua forma più avanzata non è l'acciaio ma la carta. La sua vera campata unica non collega Sicilia e Calabria. Collega il bilancio pubblico all'immaginazione nazionale.
Ogni tanto qualcuno domanda: “Ma alla fine il ponte si farà?” È una domanda ingenua. È come chiedere se Dio si farà. Il Ponte sullo Stretto non appartiene all'ingegneria. Appartiene alla teologia. Esiste perché ci crediamo. E più ci crediamo, più produce effetti reali. Produce carriere. Produce consulenze. Produce società. Produce polemiche. Produce oppositori. Produce sostenitori. Produce persino indagati. Un'opera viva, insomma. L'errore è misurarlo in chilometri. Andrebbe misurato in pratiche protocollate. In riunioni convocate. In caffè consumati durante i tavoli tecnici. In comunicati stampa. In pagine PDF. In conferenze. In sottocommissioni. In sottosottocommissioni.
Chi sostiene che il Ponte sullo Stretto non esiste dovrebbe spiegare come sia possibile che da decenni occupi così tante persone. Qualcosa che non esiste non può dare lavoro a così tanta gente. Il Ponte esiste eccome. Semplicemente ha scelto una forma superiore. Non attraversa il mare. Attraversa il tempo. Passano i governi, cambiano i partiti, invecchiano i progettisti, vanno in pensione i controllori, cambiano i ministri, ma lui resta lì, immobile e operoso come una divinità siciliana. Forse un giorno verrà davvero costruito. Sarebbe un peccato. Perché nel momento in cui diventasse un ponte, smetterebbe di essere il Ponte sullo Stretto.