Il 12 giugno 2026 il petrolio Brent è sceso a 87 dollari al barile, ai minimi da oltre tre mesi, sulla spinta delle voci positive circa un accordo Usa-Iran per porre fine alla Terza guerra del Golfo. Nei giorni precedenti molti osservatori sottolineavano come nonostante gli scambi di colpi dei giorni scorsi e il prolungato blocco dello Stretto di Hormuz, unito a tutte le dinamiche della crisi di approvvigionamento, i pezzi non siano decollati verso quote ritenute difficili da governare. Si parlava di 150-200 dollari al barile, territori inesplorati e pericolosi, invece da quando il 22 maggio il petrolio è sceso sotto quota 100 dollari al barile non l'ha più riconquistata, con sollievo di aziende, consumatori e governi. E non è che negli ultimi venti giorni siano mancati gli elementi di tensione: raid in Libano, minacce incrociate, negoziati prossimi a naufragare. Il prezzo non sale per diversi motivi.
Il primo, molto semplice, è che il mondo si è svenato per evitare che la più grande rimozione d’offerta dal mercato della storia creasse una tempesta globale. Negli Usa sono stati tagliati quasi 11 milioni di barile dalle riserve solo nell'ultima settimana, portando gli stoccaggi ai minimi dal 2004: 1,57 miliardi di barili di emergenza. 26 Paesi hanno liberato a marzo 400 milioni di barili per tamponare l'aumento dei prezzi. Insomma, è come se si fosse fatto l'equivalente enegetico di un quantitative easing: si aumenta l'offerta di risorse in circolazione per inflazionare e deprezzare l'asset (il denaro nel caso delle politiche monetarie, il greggio in questo) sperando in un effetto-calmiere. Aggiungiamo a ciò che il mondo si presentava alla crisi di Hormuz con un surplus di offerta di oltre 3 milioni di barili al giorno per capire come questa ridefinizione abbia impattato su un mercato cambiato. C’è poi, secondo punto, il tema del dualismo americano, dato che Washington è diventata la grande esportatrice di greggio per eccellenza mentre al contempo il Golfo restava bloccato. Parimenti, queste mosse hanno con ogni probabilità evitato che il mercato petrolifero venisse travolto da nuove dinamiche speculative come quelle che abbiamo visto in occasione di vari annunci del presidente Donald Trump o di altre uscite di voci e indiscrezioni su accordi e tensioni della guerra. In sostanza si è passati dal guardare il prezzo in borsa al cercare di fare scorte e approvvigionamenti per sanare il vero gap, che è quello dei prodotti lavorati e dei derivati petroliferi di cui il mondo rischiava di restare a secco.
L'Economic Times spiega, poi, che a maggio la Cina ha abbassato del 40% l'import di greggio rispetto alla media mobile del 2025, portandolo ai minimi da un decennio e scendendo a 6,7 milioni di barili al giorno. La testata indiana mostra che questo shock silenziosamente generato da Pechino, senza annunci, ha forse contribuito notevolmente a abbattere il costo del petrolio. Per fare un paragone, la Cina ha ridotto le sue importazioni di un valore oltre tre volte più grande del consumo giornaliero dell’intera economia italiana, che ne brucia 1,2 milioni di barili al giorno. Si può leggere questa scelta in due modi: in una fase di carenza del greggio iraniano e del Golfo, la Cina potrebbe aver attinto alle sue riserve non volendo amplificare l’impatto eccessivo degli Usa nel suo mix di importazioni. L’economia di Pechino non è così dipendente dal petrolio, men che meno da quello mediorientale, e uno stress test potrebbe essere considerabile come possibile. L’altra strada, invece, potrebbe essere quella di un blocco degli acquisti volto a non surriscaldare l’inflazione globale, che per un’economia che esporta a livelli record (1.200 miliardi di dollari di surplus nel 2025) vuol dire un pregiudizio per la sua posizione. Infine, queste dinamiche hanno consentito di rompere un’asimmetria. Nei primi momenti della guerra, il prezzo del petrolio era da tenere d’occhio, ma ancora più problematico era il prezzo delle consegne fisiche. Quello che definiamo “prezzo del petrolio” è in realtà quello dei contratti finanziari futures con consegne in tempi predefiniti, un proxy del reale valore della materia prima. Le consegne fisiche, per chi vuole il petrolio qui e ora, erano decollate e si erano avuti casi di acquisti spot giunti a 140-170 dollari al barile, a premio di 40-50 dollari sul prezzo dei future. Ora la forbice si è ridotta: il Brent prezza il future a 87 dollari e la consegna fisica a 92, quindi si è creata l’accettazione di una nuova normalità. La vera problematica sta nel fatto che l’attuale fase di nuova normalità è estremamente volatile e precaria. Si basa su un assunto: che Hormuz riaprirà prima o poi, che la guerra non ricomincerà con la stessa intensità, che si tornerà a commerciare. Non sconta ancora gli anni e i miliardi di dollari di investimento che ci vorranno per ricostruire l’infrastruttura danneggiata del Golfo e non c’è ancora un vero processo di ridefinizione post-emergenza di come saranno le catene del valore e le rotte di approvvigionamento dell’oro nero. Non tiene conto del fatto che prima o poi bisognerà tanto ricostruire le catene di approvvigionamento, di come si struttureranno i rapporti tra Usa e Opec, specie dopo la rottura tra Emiratini e sauditi in quest’ultimo consesso; non incorpora ancora la prospettiva del “risveglio del gigante”, qualora in futuro la Russia tornasse a vendere petrolio in Europa. Insomma, è un equilibrio dinamico che si fonda sull’assunto che in un modo o nell’altro tutto andrà bene. Ma sotto le ceneri c’è il rischio parallelo di trovarsi di fronte a disponibilità contingentate, scorte in calo e incertezze. Dal finanziario al fisico, si torna al vero tema da tenere d’occhio: l’economia reale e i tassi di consumo dell’oro nero, che ci ricordano come l’era del petrolio sia ben lungi dalla fine.