Tutti odiano il Mondiale. Mancano poche ore alla prima gara, Messico-Sudafrica allo Stadio Azteca di Città del Messico, e sui social navigano flotte di hater di Gianni Infantino, presidente Fifa e strettissimo di Donald Trump, amico e partner in crime (contro l’umanità); o i siti di quotidiani italiani ed esteri per vedere titoli come: “Il Mondiale peggiore di sempre” (Il Fatto Quotidiano), “Tutto quello che c’è di sbagliato nella Coppa del Mondo 2026” (The Independent). Tutto odiano il Mondiale, ma i motivi sono vari. Gli italiani perché non ci saranno: per il terzo anno consecutivo faremo i guardoni dal divano, sperando in qualche cappotto dei rivali francesi o degli inglesi (perché tutti godono a veder perdere gli inglesi). Solo Marco Balich porta in alto la bandiera tricolore come direttore artistico delle tre cerimonie di apertura. Paolo Zampolli, altro uomo del presidente, ha fatto propaganda per settimane promettendo che l’Italia ci sarebbe stata, complice l’esclusione dell’Iran. Ci siamo almeno risparmiati questa umiliazione: l’Iran c’è. Con tutte le difficoltà del caso. La guerra è parte integrante di questa edizione del Mondiale. I calciatori iraniani sono rimasti incerti sul loro destino fino all’ultimo. I visti per entrare negli Stati Uniti sono stati emessi, valgono solo per andare e tornare in giornata (alloggeranno a Tijuana, in Messico) su territorio statunitense, e nemmeno per tutti: 15 persone dello staff sarebbero rimaste senza Visa. Gli Usa smentiscono. Intanto i supporter iraniani sono stati derubati dai loro biglietti dalla Fifa: il carrozzone di Infantino non poteva farci nulla, non decidono loro chi entra ed esce da uno stato sovrano. Neutrali ed equidistanti, come da statuto. La stessa neutralità che ha portato alla premiazione con il Nobel del calcio a Trump, protagonista di un colpo di stato in Ecuador e dell’inizio di un conflitto in Medio Oriente; la stessa equidistanza che ha portato l’esclusione da tutto della Russia (solo nel 2018 partner per i Mondiali – con Infantino a fianco di Vladimir Putin in tribuna d’onore) e non di Israele.
Lo odiano gli italiani, gli iraniani e pure gli iracheni: l’attaccante Aymen Hussein è stato trattenuto dalla polizia di Chicago per sette ore. Secondo Reuters un iter simile è toccato a tutti i componenti della spedizione. Tala Salah, fotografo ufficiale della squadra irachena, è stato respinto dopo 12 ore in aeroporto. Il miglior arbitro africano è dovuto tornare a casa: Omar Abdulkadir Artan è stato fermato nell’aeroporto di Miami, sbattuto in prigione, accusato di essere un terrorista e quindi rimesso su un volo per la Somalia. Ad Al-Shabab è stato accolto come un eroe: fancu*o il Mondiale. Andrew Giuliani della task force Fifa della Casa Bianca ha detto che Artan è stato bloccato “per ottime ragioni”.
Girano da ore le immagini dei controlli intensissimi per i senegalesi e uzbeki (anche del mister Fabio Cannavaro). Una prassi concordata ha detto la federazione. Il Senegal e l'Uzbekistan sono tra i Paesi con il travel ban parziale stabilito dal governo degli Stati Uniti. Ma per il calcio faranno un’eccezione. Ci sono altri 37 nazioni nella stessa situazione. L’Iran e altri 18 invece hanno blocco totale all’ingresso. Siamo al paradosso: è il Mondiale con più squadre di sempre, 48 nazionali coinvolte, e quello con più restrizioni. Il calcio è di tutti, recita il claim Fifa. Di tutti meno qualcuno.
Il Mondiale 2026 è odiato anche da chi sceglie di andare in strada a protestare: lo schieramento di forze di polizia sarà enorme in tutti e tre gli stati. Amnesty International ha lanciato l’allarme e in un report dedicato ha espresso perplessità rispetto alla tutela dei diritti dei manifestanti, della loro sicurezza, nonché della violenza espressa da Ice e Cbp, le forze dedicate al controllo dell’immigrazione e dei confini, coinvolte nei disastri a Minneapolis e Philadelphia e responsabili di strutture e metodi di detenzione inadeguati e contro i diritti umani. Emblematico il caso di Alligator Alcatraz, l’istituto penitenziario in cui, sempre secondo Amnesty, i detenuti sarebbero rinchiusi in “condizioni inumane e insalubri”. Solo nel 2025, gli Stati Uniti hanno deportato più di mezzo milione di persone.
Odiano Trump e Infantino pure coloro che amano il calcio e non possono permettersi un biglietto. È un Mondiale da ricchi: i prezzi per i biglietti non sono mai stati così alti, inaccessibili per molti, tanto che 180mila tagliandi sono rimasti invenduti. I prezzi ora sono scesi, ma la media è comunque di 800 dollari. Per la finale girano cifre illogiche: 2 milioni di euro per un singolo posto. La Fifa, nel frattempo, si mette in tasca il 30% di commissione su ogni acquisto.
Anche i giocatori odiano i Mondiali. Fa caldo. Giocheranno sotto al sole. Il cooling break previsto a ogni tempo non basterà. Acquetta e di nuovo a correre. La temperatura nella metà dei match potrebbe superare i 28 gradi limite previsti come soglia di sicurezza. Si temono collassi. Ma per il denaro questo e altro. E per fortuna dentro gli stadi i fan potranno portarsi la bottiglietta da casa. Quelli del 2026 peraltro saranno i Mondiali più inquinanti, più di quelli giocati nel 2022 in Qatar, senza contare che il partner principale, Aramco (del governo saudita: altri compagni di Infantino), è tra le aziende a maggior impatto ambientale del pianeta.
La Coppa del Mondo delle forze di polizia schierate fuori dagli stadi per prevenire incidenti. La gente non si fermerà e andrà a schiantarsi contro gli agenti. Verranno repressi senza pietà. Così temono molti. In campo si scoppia di caldo, la testa dei giocatori in fiamme contro lo spettacolo, pagato profumatamente, del gioco più bello del mondo. Contano le banconote i funzionari Fifa. È l’ultimo ballo di tanti fuoriclasse, l’esordio delle stelle del futuro. L’Italia non c’è ma siamo abituati. Fuori dagli stadi c’è la guerra: i missili cadono su Teheran uccidendo bambini, le operazioni degli eserciti proseguono contro la pace incarnata del premio offerto da Infantino a colui che ha mosso i conflitti. Alle frontiere i controlli sono esasperanti. È la guerra. La maggior istituzione calcistica del mondo predica inclusività, i valori dello sport, la possibilità di incontrarsi su un terreno di gioco al di là delle differenze, stringendosi la mano e scambiandosi la maglia. Illusioni colpevoli: quello del 2026 è il Mondiale dell’odio. E lo sanno tutti.