Non è stato un buongiorno per tutta l'Italia calcistica Non è stato un buongiorno soprattutto per Gabriele Gravina, che rimane saldamente attaccato alla sua poltrona di presidente federale, ma nella posizione più scomoda possibile. A rendere il suo cuscino ancora meno confortevole, non solo la dolorosa eliminazione di ieri sera, ma anche la sua grottesca conferenza stampa di ieri da Zenica. Dal presidente della Figc ci si aspettava un'assunzione di responsabilità, invece per Gravina sembra non essere successo niente. “Faccio i complimenti ai ragazzi, in questi mesi hanno avuto una crescita incredibile“ dice, e poi rincara la dose: “Per quanto mi riguarda la parte tecnica è da salvaguardare al 100%, per la parte politica c’è la sede preposta”. Tutto apposto dunque, si guarda al 2030. La colpa? Dell'arbitro, dello stadio di Zenica, di tutti, tranne che della federazione che dal 2017 promette rivoluzioni ma che gattopardescamente continua a salvaguardare lo status quo che intanto sprofonda sempre più in basso. Ma la frase più surreale, quella che in queste ore sta destando più polemiche, è questa. Quando gli si chiede perché, in Italia, tutti gli sport sono in crescita meno che il calcio, Gravina risponde: “Il calcio è uno sport professionistico, gli altri sport sono dilettantistici e dobbiamo fare anche un rapporto sulla base dell’equità, visto che si possono effettuare scelte che in sport professionistici non si possono attuare. Mi riferisco anche all'impiego dei giovani all'interno dei proprio tornei. Per non parlare di altri sport che sono addirittura sport di Stato, come lo sci”.
Un'uscite infelice, ad essere buoni. Quindi sarebbe colpa dei vincoli dei club? Non sono gli stessi a cui sono sottoposte le altre nazionali? Se il problema fossero davvero le catene del professionismo, allora tutte le grandi nazionali europee sarebbero in crisi. E invece continuano a produrre talento e risultati. Colpa della politica? È proprio il presidente federale a dover curare i rapporti con le istituzioni. Tira in ballo i giovani, dice che la federazione non può imporli, ma se i giovani fossero pronti a giocare ad alti livelli non ce ne sarebbe la necessità. Il problema è l’assenza di un sistema che i talenti li formi e li renda maturi, che nelle altre nazioni è una priorità. E poi, sempre a proposito di professionismo: Sinner, Musetti, Berrettini, Paolini, Errani e tutti i tennisti italiani non sono ugualmente professionisti? Sottoposti a vincoli economici e contrattuali? Nonostante questo il movimento tennistico italiano è il numero uno al mondo. Non lo sono anche i giocatori delle nazionali di pallavolo, maschile e femminile, campioni del mondo in carica?
Quella di Gravina poi è anche una grave mancanza di rispetto verso quegli sport “di Stato” che in questi anni di latitanza del calcio hanno regalato grandi gioie agli italiani. Irma Testa, pugile dilettantistica oro mondiale nel 2023 ha risposto così: “I veri professionisti siamo noi, gareggiamo e vinciamo per la maglia e il nostro Paese, guardando i giocatori milionari fare brutte figure. Mi alleno più di un calciatore, guadagnando meno dei loro cuochi o delle loro tate. Nonostante questo quando perdo (quelle poche volte) sento il peso di un'intera Nazione che comunque non mi chiede niente perché impegnata a guardare il calcio… Forza Italia, la pasta e Toto Cutugno”. Mentre il pattinatore Pietro Sighel si è offerto: “Se può aiutare qualche calciatore mi metto a disposizione per fare cambio”.
L'impressione è che di dilettantistica ci sia solo la gestione, sportiva e comunicativa, di un presidente federale che continua ad arrampicarsi su uno specchio in caduta libera. Intanto il ministro dello sport Andrea Abodi ha dichiarato che chiderà personalmente a Gravina le dimissioni. Nella speranza che, almeno per questa volta, tutto non cambi affinchè nulla cambi.