Mentre tutti parlavano, Dario Hubner segnava. È stato così per tutta la carriera. Ora che non gioca più, Tatanka ha pure parlato. Lo ha fatto al podcast Centrocampo. Amato da tutti per i gol e l’atteggiamento: sacrificio dentro il campo e fuori, prima del campo. È lui il bomber di provincia per eccellenza, quello del calcio dopo lavoro, sveglia alle 6:30 per montare finestre e della dieta non professionale. I temi toccati sono importanti. Il calcio in Italia sta cambiando, una vita come quella di Hubner non sarebbe possibile: dalla prima categoria fino alla Serie A, esordisce con il Brescia, segna 16 gol subito, ma la squadra retrocede in B. Due anni dopo la risalita e l’arrivo del campione: Roberto Baggio. “Con lui non puoi litigare”, dice, “se ti arrabbi con lui sei tu ad avere un problema”. Ma sul presunto scontro tra Lele Adani e il Divin Codino, che anni dopo parlò dei calciatori che “non sapevano fare un passaggio e ora commentano in tv”, non si esprime. Ad ogni modo, con Baggio e Tatanka il Brescia arriva settimo, miglior piazzamento della storia per il club lombardo. L’anno dopo va a Piacenza e vince la classifica cannonieri con 24 gol. Ha vissuto un calcio diverso, Tatanka Hubner. Un calcio anti-moderno: “Oggi i difensori non possono difendere”, manca la possibilità di stare a contatto con l’avversario, “io ho avuto tantissimi rigori, che non me li han dati, sacrosanti, oggi me li avrebbero dati”. “Credo che il Var sia importantissimo, perché una squadra piccola conta quanto quella grande”, prosegue ancora l’ex attaccante. Le cose oggettive, infatti, vengono segnalate indipendentemente dal blasone del club: se è oltre la linea si fischia. Poi, su tutto il resto, “i chiari ed evidenti errori”, regna ancora il caos.
Negli anni Novanta gli episodi controversi delle provinciali “nemmeno li facevano vedere”, ma il fuorigioco di un metro e mezzo veniva discusso se erano coinvolte le big. La tecnologia dunque ha favorito le piccole? “Le grandi squadre quanto incontravano le piccole non dico che venivano aiutate, ma (nelle situazioni) metà e metà erano sempre per la più grande”. Suggestione. Davanti a San Siro è più facile fischiare a favore di Inter o Milan che a sfavore. Oggi, stando a Hubner, ci sarebbe una sproporzione tra quello che guadagnano i giocatori che “insegnano calcio” e gli altri: “Uno prende 7 milioni all’anno, l’altro ne prende uno e deve correre per lui? Ti sembra giusto?”.
Alla fine, però, l’elefante nella stanza è uno: l’Italia fuori dal Mondiale. “Se non sei più forte della Bosnia è giusto che non ci vada”, aggiunge Hubner. E poi fa un discorso relativo alle giovanili: “Non sono razzista, ma se il Lecce vince il campionato primavera e non ha un italiano in squadra, non possiamo pensare che avremo una squadra forte nel 2032”. Una volta uscivano campioni a ogni annata, oggi “non c’è più ricambio generazionale con gli italiani”. Anche questo, dice, è il calcio moderno. Lo sport dei match analyst: “Cosa fa il match analyst? Mi fa capire l’andamento della partita? Ma quello lo capisci al 90-99% dal risultato”. E c’è anche un po’ di nostalgia nelle paure di Hubner, di un calcio “più maschio”, con un livello di contatto superiore. “Noi non avevamo molte cose da fare”. E le strade si riempivano. Oggi no: “Non si gioca più in strada”.