Prima di Sinner, ma anche di Fognini, Berrettini e Musetti, il tennis italiano era una persona. Un uomo che ha vinto gli Internazionali di Roma, il Roland Garros e la Coppa Davis nello stesso anno. Era il 1976. Quell'uomo ha 75 anni, vive a Treviso, gestisce un centro sportivo, quando può parla di tennis, in televisione, su internet e dice sempre quello che pensa. È Adriano Panatta, che in quel 1976 era semplicemente "un ragazzo romano di 25 anni che stava benissimo, era felice". Si è raccontato in un'intervista al Corriere della Sera, per ricordare il cinquantennale di quell'impresa e anticipare un'edizione del torneo di Roma che potrebbe essere altrettanto storica. Ma lui, con quella sprezzatura aristocratica di chi non deve rimarcare costantemente i suoi successi l'intervista la apre dicendo: "Non possiamo fare finta che il 1976 non sia mai esistito?". Eppure a Roma, giustamente, ci sarà anche la celebrazione del cinquantennale della sua vittoria, premierà il vincitore del torneo, e spera che sarà un italiano: "Almeno la facciamo finita e non parliamo mai più del mio 1976". Un italiano dice, Cobolli, Musetti, ma inutile nascondersi dietro un dito, il favorito numero 1 è ovviamente Jannik Sinner. Per batterlo? Per Panatta c'è un solo modo: "Devono sperare che faccia indigestione di supplì e mozzarelle in carrozza".
Ma, a parte il passaporto, della coppia che domina il tennis moderno, per fantasia, estro e gioia di vivere quello più simile ad Adriano Panatta è senza dubbio Carlos Alcaraz: "Carlos mi ha colpito quando ha detto che, senza Ferrero, finalmente può prendere decisioni. Evidentemente lo soffriva". Il difficile equilibrio tra una vita da vincente e una vita felice, per Adriano Panatta il tennis è stato in certi momenti una gabbia da cui evadere, "Andavo al mare, in Sardegna o al Forte, dove vivevo. Uscivo a cena con gli amici. Vivevo di cose semplici. Non conducevo un'esistenza dissoluta, come narra la leggenda. Facevo la vita di un ragazzo di 25 anni che, incidentalmente, giocava a tennis". L'intervista diventa all'improvviso un trattato di esistenzialismo sportivo, per Panatta in campo la felicità "è sempre durata attimi, forse minuti. Una grande esplosione, che sfuma rapidissima" e la felicità vale più di qualche punto ATP e degli Slam in bacheca: "Borg era felice quando vinceva a ripetizione a Parigi e Wimbledon? Boh. Io so che ha smesso a 26 anni". E forse anche Alcaraz potrebbe prendere quella strada, "Si cresce, ci si evolve. Le priorità cambiano", e in un immaginifico caffè tra Adriano Panatta e Carlos Alcaraz l'ex campione gli consiglierebbe proprio questo: "Gli consiglierei di essere felice. A Montecarlo non lo era. Forse sta crescendo, però deve avere un'evoluzione oppure resta indietro: gli altri stanno arrivando. È un tennis dispendioso, molto fisico: si fanno facilmente male. È tutto estremizzato, anche lo sforzo. Alle racchette di legno e all'impugnatura continental, che permetteva un gesto più morbido, non si torna più. Adesso si consumano come candele".
E anche per Sinner il tennis passa dalla ricetta della felicità, che per l'altoatesino secondo Panatta potrebbe passare da una ricerca ossessiva della perfezione: "Io ammiro la sua voglia di migliorarsi: ogni giorno, si dedica a colmare le lacune. È raro, mi creda: di solito si allenano le cose che già si sanno fare bene. Jannik no". E poi: "Noi Sinner lo vediamo dedicato, programmato, preciso. Deve essere felice, per essere così. Sennò sarebbe un santo, o un martire".
E nel discorso Sinner-Alcaraz non può mancare la fatidica domanda, chi è più forte? "Quando Alcaraz si esprime al 100%, batte Sinner perché ha qualche invenzione in più. Ma il tennis non è solo questione di picchi di performance: sul rendimento medio, Jannik è superiore. Io dico: dritto Alcaraz, rovescio Sinner, servizio oggi Sinner, volée e smorzata Alcaraz, movimenti Alcaraz. Ma a Montecarlo, sulla terra, ha vinto Sinner. Con quei due è difficile sbilanciarsi: quando lo fai, rischi di essere subito smentito. Alcaraz mi ricorda Lew Hoad, che per qualcuno è il migliore di sempre: in giornata buona, era imbattibile".
Alla fine restano loro due, Sinner e Alcaraz, che si consumano come candele in uno sport che non perdona. E resta lui, Panatta, che quella candela l'ha bruciata cinquant'anni fa, ma non si è ancora spenta. Alla fine, forse, è tutta qui la differenza tra Panatta e i due che dominano il tennis oggi: Sinner e Alcaraz stanno ancora cercando la felicità, chi nella perfezione, chi nella libertà. Panatta l'ha già trovata e persa, trovata e persa, mille volte. Il 1976 di Panatta brucia ancora. Diceva, all'inizio: "Non possiamo fare finta che il 1976 non sia mai esistito?". No, Adriano. Non possiamo. E in fondo, lo sa anche lui.