C'è un genere televisivo che potremmo chiamare la grande apologia. Funziona così: un personaggio pubblico appena uscito di scena — spesso accompagnato da un discreto disastro — si siede nello studio di un programma televisivo, che ovviamente cavalca l'onda per lucrarci sopra, e nel giro di qualche minuto riesce a trasformare la disfatta in una specie di parabola eroica. Ieri sera Gabriele Gravina ha eseguito il numero alla perfezione.
Ospite di Otto e Mezzo su La7, il presidente dimissionario della Figc si è presentato sereno, composto. Lui? Un incompreso. L'unico capro espiatorio della disfatta. Ha detto subito la cosa più importante: non è stato costretto a dimettersi. È stata una sua scelta personale. Bene, formalmente è corretto, ma dopo le feroci critiche ricevute dire che non ci fosse pressione esterna è quantomeno ottimistico. Poi ha spiegato il perché di quella scelta: "Volevo fare un atto d'amore verso la federazione". Aveva assunto un impegno verso tutti i tifosi italiani, aveva detto che sarebbero andati ai Mondiali, e purtroppo non ha mantenuto fede all'impegno. Quindi giusto dimettersi. In quel momento serviva mettere in sicurezza la FIGC — ha spiegato — erano in atto isterie istituzionali di ogni genere e serviva non sovraesporre la federazione. Attorno a lui il mondo stava perdendo la testa, e lui — lucido, ragionevole, non propenso a subire pressioni — ha scelto di farsi da parte per proteggere l'istituzione. Un atto d'amore, appunto. Non una fuga. Se riavvolgiamo il nastro però la storia è un po' diversa.Subito dopo la Bosnia da Gravina era arrivato tutto meno che un annuncio di dimissioni. Aveva detto: "Capisco l'esercizio della richiesta di dimissioni a piè sospinto, ma sono valutazioni che spettano nelle norme al Consiglio federale". Un vero e proprio arroccamento, e non solo: aveva anche deciso di confermare sia Gattuso che Buffon alla guida tecnica della Nazionale. Ma va bene, concediamoglielo. La notte porta consiglio.
Poi Gravina continua, dice di non aver fallito. "Se legato a piccoli episodi, certo, ho fallito" — ammette— "ma se vogliamo parlare dell'attività in tutte le sue forme e nei progetti realizzati, la Figc è tra le più apprezzate in Europa." Peccato che abbia fallito nell'unica cosa per cui un presidente della Federcalcio viene giudicato. Poi continua: "Stiamo valutando il lavoro della Figc sulla base di una sola nazionale, ma ce ne sono tante, maschili e femminili." Parla dei successi delle nazionali giovanili come prova che la federazione funziona. Le vittorie degli Europei Under 17 nel 2024 e Under 19 nel 2023, e la finale del Mondiale Under 20 del 2023. Numeri reali, i successi giovanili ci sono stati, ed è giusto riconoscerlo. Ma usarli come scudo per la crisi della nazionale maggiore rivela una confusione, voluta o inconsapevole, su cosa siano le nazionali giovanili e a cosa servano. Vincere i tornei Under 17 è un esercizio fine a se stesso se quelle vittorie non servono a produrre giocatori in grado di dare il loro apporto alla Nazionale Maggiore. Anzi, i successi giovanili in rapporto agli insuccessi della Nazionale evidenziano un problema. L'Italia produce i talenti, ma non è in grado di capitalizzarli. Il vivaio funziona, la filiera no.
Poi arriva il momento politico, si parla del possibile commissariamento della Figc, un colpo di Stato del potere politico sullo sport. Gravina è assolutamente in disaccordo: "È contrario all'autonomia dello sport, agli statuti, alla Uefa e alla Fifa." La politica fuori dalla Federcalcio insomma, ma la Federcalcio potrebbe entrare in politica. Lilli Gruber gli chiede direttamente se è pronto a una candidatura, lui dribbla, ma non smentisce: : "In tanti hanno provato a coinvolgermi. Non rinnego il mio orientamento, sono moderato di centro tendendo a sinistra. Già faccio politica, per ora niente candidature." E alla fine Gabriele Gravina è questo. Un moderato tendente a sinistra, un democristiano praticamente, nel senso più profondo e italianissimo del termine: uno che trasforma ogni resa in una mossa, ogni addio in un arrivederci, ogni fallimento in un malinteso collettivo. Gravina esce dagli studi di La7 con la testa alta, o almeno così dice lui. Non ha fallito, il problema sono tutti gli altri.