Dalla relazione sullo stato di salute del calcio italiano emerge il quadro clinico di un malato terminale. Gabriele Gravina, rassegnate le dimissioni, ha voluto togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Ha pubblicato il rapporto che avrebbe dovuto presentare alla Camera dopo l'eliminazione nell'ambito di un'audizione poi mai avvenuta, “come se i problemi del movimento calcistico fossero conseguentemente risolti” scrive. Lo fa, a suo dire, come “stimolo per una riflessione e per un opportuno approfondimento anche per coloro che, nei giorni scorsi, hanno voluto aggiungere la propria opinione al già affollatissimo partito di chi ritiene di avere la “soluzione in tasca””. Insomma, se siete così bravi fatelo voi! A noi sembra più Nerone che osserva Roma che brucia suonando la cetra. Gravina contempla la macerie che si è lasciato dietro e pontifica sulla ricostruzione che lui stesso non è riuscito ad attuare.
La relazione è, a dire il vero, molto precisa e dettagliata. I temi sono più o meno sempre gli stessi, quelli che abbiamo sentito in questi giorni. Pochi giovani, pochi italiani, un generale impoverimento tecnico del nostro sistema, infrastrutture inadeguate, campionati poco allenanti rispetto al resto d'Europa. Problematiche dovute ai conflitti di interessi tra le varie componenti della Figc, le Leghe e le associazioni di calciatori e allenatori. Dovute anche a un'insostenibilità economica del calcio nel nostro Paese, oltre che a un'ipertrofia del professionismo.
Le soluzioni? Misure economiche e fiscali per incentivare gli investimenti e migliorare le infrastrutture. Gravina tira in ballo il tanto chiacchierato “diritto alla scommessa”, l’idea di destinare parte dei ricavi delle scommesse sportive sul calcio ai settori giovanili e alle infrastrutture. Il ritorno del “vincolo sportivo”, abolito con una manovra che secondo Gravina è stata uno dei mali più grandi per il calcio italiano negli ultimi tempi. Anche un ritorno del decreto crescita. Insomma, manovre politiche per agevolare le squadre. Secondo Gravina è proprio la politica infatti ad avere una grande fetta di colpa, con la Riforma dello sport e l’emendamento Mulè del 2024.
Ma è curioso come queste parole arrivino da colui che ha guidato il calcio italiano dal 2018. Perché non si è intervenuti, almeno in parte, prima? Perché non si è innestata una collaborazione virtuosa? Secondo Gravina la Figc può fare ben poco, paralizzata da interessi divergenti e burocrazia amministrativa. Dice: “l’unico modo di intervenire è farlo in maniera radicale, grazie ad un’unità d’intenti che superi i confini del conveniente e dell’opportuno. Sarebbe decisivo un passo in avanti da parte di tutte le componenti federali, con il fondamentale supporto del Governo e del Parlamento. Perché senza questa convinta e unanime volontà di anteporre il bene comune alla difesa del proprio posizionamento, con la politica che deve creare le condizioni e agevolare gli strumenti adeguati per agire, nessun singolo individuo può determinare il vero e completo rilancio del movimento calcistico italiano”.
A noi sembra solo l'ennesimo tentativo di scaricare la patata bollente a qualcuno. Ai club, alle altre componenti federali, alla politica. Ma è evidente che il collante fra tutti questi interessi deve essere il Presidente federale, che in questo caso si è rivelato un salvatore del calcio italiano solamente ex post. Rimane una relazione che pone all'attenzione dei dati e dei temi concreti, ma se tutto si riduce a un gioco di rimpalli tra politica, federazione e club, allora il destino è già scritto. E non servirà più nemmeno una relazione sullo stato di salute: basterà constatare il decesso.