Charles Leclerc è da ormai otto stagioni il simbolo della Ferrari in F1. Basterebbe questo a pensare a una vita facile, da privilegiato. Una di quelle vissute tutte in discesa, dagli inizi fino al rosso della Scuderia, vestito ad appena 21 anni. Eppure, così non è stato perché, dietro al successo, la fama e l’amore di un’intera nazione (e non solo), ci sono stati momenti complicati, da dentro o fuori.
Charles non ha sempre avuto vita facile e, a raccontarlo ai microfoni del BSMT di Gianluca Gazzoli, è lui stesso: “Di momenti cruciali non ce n'è stato solo uno, ma due o tre. Il primo è sicuramente il 2010, l'ultimo anno in cui i miei genitori potevano sostenere i costi di una stagione di kart. Mi avevano detto che molto probabilmente sarebbe stato l'ultimo se non fosse successo un miracolo, tipo l’arrivo di un manager o di una squadra di F1 che volesse pagare tutto”.
All’epoca aveva dodici anni e, quel miracolo, arrivò grazie a Jules Bianchi, il suo mentore: “Ne avevamo parlato con la sua famiglia, ancora adesso siamo super vicini. Jules aveva un manager, Nicolas Todt, a cui disse: ‘Credo che Charles abbia talento, guarda quello che fa perché a fine anno molto probabilmente i genitori non possono più sostenere tutto questo’. Io alla fine di quella stagione vinsi una gara a Monaco, che era una delle più importanti dell’anno, e dopo questo mi ricordo che Todt chiamò mio padre per chiederci di andare ad incontrarlo a Ginevra”.
Quello con Todt, figlio della leggenda Ferrari Jean, fu un incontro che cambiò tutto: “Misi la cravatta, ero super stressato perché sapevo che tutto dipendeva da come sarebbe andato il meeting. Abbiamo firmato un contratto e Nicolas si è fatto carico di tutte le spese. Poi c'è stato un altro step alla fine del 2015 con la Ferrari Driver Academy. Anche lì mi hanno aiutato tantissimo con il simulatore, la parte finanziaria e soprattutto a trovare un posto in F1 nel 2018, diventando così un pilota professionista”.
Qualcuno potrebbe comunque parlare di fortuna, ma la verità è che proprio quegli anni, dal kart alla F1, sono stati tostissimi. Prima la morte di Bianchi, poi quella di papà Hervé, due episodi che, in un certo senso, l’hanno messo spalle al muro.
Eppure, soprattutto dopo il lutto legato a Jules, vissuto da ragazzino, continuare a correre non è mai stato messo un dubbio: “È stato veramente difficile, ma non ho mai pensato di smettere. Correre mi rende vivo, è la cosa che mi fa emozionare ed è ciò che mi piace di più al mondo. Ma sì, è stato veramente difficile da accettare. Lui era il mio padrino sportivo, c’è sempre stato fin dall’inizio. A casa ho dei video di noi due, di lui che prendeva un kart più piccolo per fare la gara con me che avevo 6, 7, 8 anni di meno. Sono i più bei ricordi che ho nel motorsport”.
Quando ne pronuncia il nome, i suoi occhi si illuminano e il tono cambia. Diventa tutto più cupo, al pari di quando l’attenzione passa a papà Hervé, scomparso l’anno prima di vederlo in F1, nel 2017.
E quando Gazzoli gli chiede se c’è un momento che vorrebbe i due avessero vissuto al suo fianco, lui non ha quasi nessun dubbio: “Mah, forse ne sceglierei due. La prima è sicuramente la vittoria a Monaco, con mio padre l’abbiamo sognata da sempre e poi in F1, con la Ferrari, è un qualcosa di molto speciale. In un certo senso sono sicuro che sia Jules che mio padre vedono tutto questo da lassù. Me lo sono detto ed è una delle mie motivazioni. Voglio continuare a farli sorridere da lassù. E poi c’è il mio matrimonio, è un momento e un giorno molto speciale la tutta la famiglia”.