Novecento pagine per salvare il calcio italiano. Per “Rinnovare il futuro” dopo la disfatta del 2010. Oggi, dopo tre mondiali mancati di fila, quel disastro in Sudafrica sembra quasi un risultato accettabile. Eppure all'epoca il presidente della Figc Giancarlo Abete affidò a Roberto Baggio, a capo del Settore Tecnico, il compito di mettere giù un progetto per rifondare il calcio italiano. Idee rimaste su carta, ma ciclicamente riproposte quando si parla di crisi del calcio italiano. “Rinnovare il futuro” non è mai stato pubblicato, è rimasto un tomo bianco dai contenuti sfumati mostrato da Baggio al Tg1. Per questa sua segretezza il dossier ha nel tempo assunto l'aria di testo segreto e salvifico. La Bibbia segreta e proibita del calcio italiano. Ieri Cronache di Spogliatoio ha finalmente deciso di tirarlo fuori, di svelarne alcune parti insieme a chi ha contribuito a dargli vita, Vittorio Petrone, ex manager di Baggio e all'epoca membro del comitato esecutivo della Figc. In parte scatenando l'ironia social, per la stesura niaf del dossier, senza stampa fronte-retro e con un font esageratamente grande, che smonta il mito delle novecento pagine, ma in parte rilanciando un dibattito che è più attuale che mai. Cosa contiene davvero “Rinnovare il futuro”?
Il dossier non era (solo) di Baggio
Un progetto per rifondare il calcio italiano partendo dalla base, dai settori giovanili, questa l'idea alla base del famoso dossier. Un documento passato alla storia come “di Baggio”, ma in realtà frutto del lavoro di Adriano Bacconi. Preparatore atletico, poi allenatore e direttore tecnico, Bacconi è stato un pioniere nel calcio dei primi anni 2000, implementando per primo il supporto di dati e gli strumenti di analisi della partite. Più di cinquanta ricercatori coordinati da Bacconi e Petrone hanno lavorato al progetto “Rinnovare il futuro”. Mentre, come dice Petrone: “La copertura era di Roberto come settore tecnico, lui garantiva tutta la gamma valoriale, desiderava più di chiunque altro dare vita a un cambiamento che dopo il fallimento del 2010 sembrava più che necessario”.
Cosa diceva “Rinnovare il futuro”
Novecento pagine suddivise in sette capitoli: analisi del calcio italiano, overview internazionale, mappa del progetto, organizzazione fase sperimentale, studio tecnologia, studio metodologia, analisi dei costi. L'idea centrale era quella di ripartire dal calcio giovanile, evitando la dispersione del talento e l'inquinamento da parte di interessi e forze esterne. I vivai al centro del villaggio, con i talenti italiani sotto il controllo della Federazione. Cento CFF, Centri di Formazione Federali, capillari sul territorio italiano per individuare e sviluppare i talenti. Un modello che ha già portato al successo la Francia, con sedici accademie d'elite sparse sul territorio nazionale e l'eccellenza del centro di Clairefontaine. Non solo accademie per i calciatori, centri fondamentali anche per la formazione dei tecnici e degli allenatori, per istituire un modello metodologico omogeneo: “Professionisti – dice Petrone - non allenatori che spingono per il risultato a svantaggio della formazione e della tecnica”. Un'alta formazione per maestri di calcio, attraverso metodologie all'avanguardia e analisi del gioco e delle capacità motorie in base alle fasce d'età di bambini e ragazzi.
“Roberto Baggio – continua Petrone - aveva lavorato in direzione della tecnica individuale, affinché la palla tornasse protagonista nella formazione di un giovane. Volevamo togliere il risultato nelle partite sino a una certa età. Il settore tecnico era la base di tutto, doveva monitorare il lavoro nei centri federali con telecamere e sistemi di controllo. Il lunedì dopo la partita avremmo fatto sessioni di allenamento uguali per tutti in tutta Italia, oggi si sarebbe potuto fare anche molto di più. Avremmo creato degli under che non sarebbero stati figli delle lobby dei procuratori. Volevamo lavorare anche sull'etica, sin dalle scuole, avremmo tolto la personalizzazione dell'allenatore perché ci sarebbe stato un sistema di controllo centrale”.
I costi e la fine del progetto
Ma quanto sarebbe costato il progetto? “Noi avevamo calcolato 10 milioni in tre anni, potevano essere coperti anche con un contributo delle società con 50 mila euro a gettone a testa. Non siamo riusciti ad avere un passaggio dalla delibera alla pratica, come è successo invece in tanti paesi europei. A un certo abbiamo fermato la macchina perché era insostenibile, Roberto quando ha visto che il progetto non veniva messo a terra si è dimesso”. Insomma, dei fondi stanziati ma che non sono mai arrivati, secondo Petrone su spinta di alcune componenti federali: “All'interno della Figc esistono tantissime componenti, la Lnd è la più potente ed è significativa sul territorio. All'epoca il presidente era Tavecchio, non aveva interesse a sviluppare quel progetto e non c'era la volontà neanche degli allenatori: c'era la volontà di spegnerlo agli albori, la domanda va fatta a loro. Io penso che la difesa degli interessi di categoria non sia convergente verso un interesse di sistema”.
Un progetto che però, secondo Petrone, sarebbe ancora attuale e attuabile oggi. Non è mai troppo tardi ma richiederebbe le dovute attualizzazioni tecnologiche e soprattutto la convergenza delle componenti federali, chiamate a mettere da parte personalismi e interessi. Petrone infatti conclude: “Questo progetto, riattualizzato tecnologicamente e con alle spalle questa volontà può essere davvero straordinario per programmare i prossimi dieci/dodici anni e tornare a essere protagonisti del calcio mondiale”.