Il calcio è la cosa più importante delle cose meno importanti. Lo diceva Arrigo Sacchi, ma è una frase che, soprattutto in Italia, significa tanto. Lo dimostra il dibattito pubblico dell'ultimo periodo, che nonostante guerre, crisi economiche globali e un governo che cade a pezzi è stato monopolizzato dalla nazionale italiana e dalla sua terza assenza mondiale. Sono scesi in campo personaggi pubblici, parlamentari, il ministro dello sport e persino il presidente del Senato per dire la loro su come risollevare il calcio italiano. Ora Gravina si è (finalmente) dimesso, e il calcio italiano deve scegliere: svoltare davvero o fare in modo che tutto cambi per poi rimanere come è?
Anche i nomi che stanno circolando in queste ore riflettono questo bivio. I più quotati sono i “soliti noti”. Giancarlo Abete, già Presidente della Figc dal 2007 al 2014 e ora presidente della Lega Nazionale Dilettanti. Insomma, nulla di nuovo sotto il sole, anzi, uno che con Gravina siede nello stesso comitato di presidenza della Figc. Poi Giovanni Malagò, presidente del Coni dal 2013. Certo, uno che ha dei meriti negli exploit olimpici degli ultimi anni. Malagò unisce capacità manageriali ed esperienza sportiva, e sarebbe il nome portato avanti dalla Lega Serie A, ma rimane pur sempre un uomo dei palazzi del potere sportivi.
Poi dei profili ibridi, non istituzionali in senso stretto ma comunque legati agli organi federali. Demetrio Albertini per esempio, un uomo di campo diventato uomo delle istituzioni. “Giovane” (rispetto ai competitors almeno), competente, noto al grande pubblico, era già stato candidato nel 2014, perdendo contro Carlo Tavecchio, e sarebbe il nome forte dell'Assocalciatori. Poi Matteo Marani, giornalista prestato alla dirigenza sportiva, ex direttore del Guerin Sportivo e di Sky Sport dal 2023 presidente della Lega Pro. Poi il nome, più defilato, di Adriano Galliani. Storico plenipotenziario di Berlusconi al Milan, che ha portato alla vittoria di cinque Champions League, potrebbe trasferire la sue esperienza gestionale dai club all'intero calcio italiano.
Infine ci sono gli outsider, le suggestioni, i sogni probabilmente irrealizzabili. Baggio e le sue 900 pagine di dossier per rilanciare il calcio italiano. Maldini, proposto da Cronache di Spogliatoio. O addirittura Matteo Renzi, lanciato da Sandro Sabatini durante il podcast Numer1: "Ci sta bene un politico. Io chiamerei anche Renzi a fare il presidente della Federazione, perché Renzi è appassionato di calcio, ci capisce di calcio e a proposito di giovani, ha un figlio che per giocare a pallone è andato a studiare all'estero”.
Una provocazione certo, ma che nasconde un fondo di verità. Per rivoluzionare il calcio italiano ci vuole una scossa, uno nome forte, con le spalle larghe e le idee fresche. Basta con i soliti personaggi che da anni gravitano attorno alle istituzioni sportive facendo gli interessi di questo e di quello. Basta con i compromessi che hanno incancrenito uno sport. Serve un profilo capace di rompere gli equilibri, di prendersi responsabilità anche impopolari, di imporre una visione. Continuare a scegliere tra volti noti e logiche già viste significa accettare, consapevolmente, di restare fermi. Per rivoluzionare il calcio serve un uomo del fare, un accentratore, egocentrico e megalomane. Fosse stato vivo Silvio Berlusconi sicuramente avremmo pensato a lui, allora perché non il suo emulo di Rignano? È fantapolitica certo, e non si avvererà, ma il discorso di fondo rimane: Renzi o no, il calcio italiano ha bisogno di un rottamatore.