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3 aprile 2026

L’enorme lezione di Lele Adani sul calcio, l’amore e lo sport: “A Zenica ero morto dentro per l'Italia, ma ho sentito le vibrazioni di un’impresa”. E si commuove parlando di una leggenda: Edin Dzeko

  • di Domenico Agrizzi Domenico Agrizzi

3 aprile 2026

Che ci sia da lezione. L’eliminazione dell’Italia dal Mondiale è l’esito di tanti atteggiamenti sbagliati. Il primo è l’arroganza. Noi, a Zenica, potevamo solo vincere. Ma davanti non avevamo dei figli di nessuno. Lele Adani a Viva el Futbol racconta come ha vissuto questa partita e ammette: “La Bosnia ha meritato, da italiano ero morto dentro, ma da sportivo ho sentito le vibrazioni di un’impresa”. Poi il telecronista e commentatore Rai si commuove mentre parla di Edin Dzeko. Sentite l’enorme lezione di Adani sul calcio, l’amore di un popolo e i valori nello sport

Foto: Ansa

L’enorme lezione di Lele Adani sul calcio, l’amore e lo sport: “A Zenica ero morto dentro per l'Italia, ma ho sentito le vibrazioni di un’impresa”. E si commuove parlando di una leggenda: Edin Dzeko

L’arroganza dell’Italia, e di tutti noi italiani, si è vista anche dopo la sconfitta con la Bosnia. Il senso di ogni discorso era: l’abbiamo persa da soli. Ragionamenti che hanno tenuto fuori i valori della squadra di casa e il calore di un popolo. Il Bilino Polje ci ha dato una lezione di sportività e sul campo – salvo qualche episodio dubbio – hanno meritato gli altri. Lele Adani, passato qualche giorno dalla delusione, lo dice a Viva el futbol, si commuove mentre parla di Edin Dzeko, leggenda assoluta del calcio. “La Bosnia non è come noi, che dovevamo scappare da un incubo ma che stiamo tutti bene”, racconta Adani, “(da noi, ndr) basta organizzare le cene di gala, stringersi le mani, essere presenti negli eventi, dividersi le poltrone che contano”; basta questo a noi, ma non alla Bosnia. L’opinionista e voce di Rai Sport racconta come ha vissuto l’avvicinamento alla gara: “La Bosnia ha subito un genocidio, la Bosnia non esisteva quasi più”. Lungo la strada verso Zenica “ci sono le croci a destra e sinistra ammucchiate nelle campagne, nelle colline, fuori dalle fattorie. Tutta gente morta negli anni Novanta”.

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Parlando con un giornalista ha scoperto che molte persone che si sono trasferite all’estero ai tempi della guerra sono tornate a vedere la partita, per stare con gli amici e le famiglie in un momento che sarebbe stato di festa in ogni caso. Ascoltando le parole di Adani e ricordando il clima che aleggiava sulla squadra di Gennaro Gattuso, la qualificazione non poteva che andare in questo modo: un popolo unito per seguire un traguardo e un altro impaurito, impacciato, pronto a smontare tutto. Quasi ci speravamo, noi italiani, se non altro per dire: l’avevamo detto che il calcio azzurro è finito. E allora con che arroganza parliamo della condizione del Bilino Polje quando i nostri stadi crollano? La Bosnia ci ha anche dato una lezione di rispetto: nonostante le polemiche esplose dopo il video di Federico Dimarco che esulta, ci hanno applauditi prima del fischio d’inizio, e i giocatori dalla panchina hanno ripreso il pubblico mentre stavano partendo dei cori contro l’Italia.

Edin Dzeko, capitano e leggenda della Bosnia
Edin Dzeko, capitano e leggenda della Bosnia Ansa

Le tre figure fondamentali della Bosnia, per Adani, sono state: il ct Barbarez, Emir Spahic (ex difensore con 94 presenze in nazionale) e il capitano Edin Dzeko. Il diamante di Sarajevo, “trascurato a Firenze”, ha 40 anni, ha accettato di andare a giocare nella seconda serie tedesca con lo Schalke 04 per arrivare pronto a queste due partite. È stato decisivo in entrambe. “Ma non ci basta l’esempio di persone così, che amano il calcio?”, chiede Adani. Nei giorni del terremoto in Figc la domanda non è retorica: c’è da chiederselo da chi ripartire. “La Bosnia lo ha meritato. Vi dico che lo ha meritato ragazzi. C’era un amore nell’aria che noi non abbiamo mai dimostrato, perché noi eravamo tutti in giacca e cravatta, col charter, belli per presenziare una cosa che solo a pochi minuti dalla partita ci siamo accorti sarebbe stata dura”. Non potevamo sbagliare, si è detto, ma chi siamo noi a poterla pensare così che “non siamo a un mondiale dal 2014”? Torniamo lì: arroganza. “Da italiano ero morto dentro, ma da sportivo ho sentito le vibrazioni di un’impresa mai meritata come quella. Mai impresa fu più meritata”. Un popolo affacciato dai balconi per condividere un sentimento. Erano lì per quello. Noi no: noi avevamo solo paura.

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