Si è conclusa ancora una volta con le lacrime che rigavano il volto dei calciatori, la rabbia, la delusione e la frustrazione di un popolo costretto a salutare di nuovo l’ultimo brandello di speranza. Un popolo che ha addirittura perso l’attitudine a sognare perché nel 2026 all’Italia, calcisticamente parlando, sognare non è più concesso. Per la terza volta consecutiva la Nazionale azzurra non conquista l’accesso al Mondiale, aprendo ad uno scenario di vuoto inenarrabile ma evidentemente non compreso a dovere. Come se il verdetto del match di Zenica non fosse già una tragedia abbastanza grande e difficile da sopportare e affrontare, a fare da clamoroso aggravante ad una situazione che definire grottesca è riduttivo e probabilmente irrispettoso, sono le sconsiderate dichiarazioni di Gabriele Gravina, attuale presidente della Figc. Sissignori, attuale, perché al netto dell’eclatante storica figuraccia rimediata da tutto il sistema calcio italiano, il numero uno della Federazione Giuoco Calcio ha ben ritenuto la sua posizione esente da responsabilità e colpe, ergo inattaccabile. Per dirla in breve: non si dimette. “Capisco la richiesta di dimissioni a pié sospinto, è un esercizio al quale sono abituato; però le valutazioni vanno fatte dal Consiglio” ha detto nell’immediato post Bosnia-Italia, quando ha gravemente aggiunto che “bisogna smaltire questo momento”, come se una vergogna di tale peso fosse facilmente sciacquabile dalle coscienze. “La prossima settimana faremo riflessioni molto approfondite. Purtroppo si pensa che la Figc possa decidere come costituire una squadra, ma noi facciamo la sintesi su quello che viene messo a disposizione dal nostro campionato. Ci dedicheremo a questa riflessione poi faremo le nostre valutazioni”. Secondo Gravina bisogna riflettere prima di fare un passo indietro che probabilmente non notificherà mai e che, come giustamente in molti gridano, sarebbe dovuto arrivare già ieri sera in seduta stante. Eppure, in perfetta coerenza tricolore, chi dovrebbe dare l’esempio di rettitudine, ancora una volta, assume il ruolo di Bastian contrario fregandosene altamente delle responsabilità da leader, giusto il tempo di posare l’ultima pietra che spinge il carro giù dal baratro. La tragedia è consumata ma a quanto pare basta spendere due parole con l’espressione affranta e tutto diventa archiviabile, in pieno stile ‘piagnisteo dal maglioncino grigio’ da Pandorogate.
Un paio di scuse, due lacrime finte e tutto passa in cavalleria. Se non fosse che questo “passaggio in cavalleria” duri da ben dodici anni e si protrarrà almeno fino a sedici. Sperando sia l’ultimo. Ma questo lo si diceva anche quattro anni fa, quando l’Italia di Mancini si fece sbarrare la strada per il Qatar dalla Macedonia del Nord, mancando la seconda edizione della Coppa del Mondo consecutiva. Dopo la partita al Barbera difatti ci si aspettavano dimissioni di massa che non solo non sono arrivate, ma al contrario, chi avrebbe dovuto avanzarle ha rafforzato la propria posizione salvo poi convocare urgentemente tutte le componenti del sistema calcio per domani, appuntamento dove chissà magari arriverà quel passo indietro che però suona da tempo come tardivo. Nessuna riforma, nessun cambiamento sostanziale, nessun rafforzamento ad un sistema che fa acqua da ogni parte e che trova nell’assenza di italiane già ai quarti di Champions League solo una delle espressioni preoccupanti che avrebbero dovuto far squillare forte gli allarmi. Ma tutto sembra essere riducibile, secondo l’analisi di chi sta ai vertici, a “sfortuna” o pirateria, dipende dal momento. E forti di uno slogan che fa ridere ad ogni latitudine, si è davvero convinti che la campagna anti-pirateria sia l’unico provvedimento di cui farsi carico. E allora è lecita la considerazione di Lele Adani ai microfoni di Rai ieri sera, quando ha chiesto, con un pizzico di provocazione quanto interessi “della Nazionale a tutto il gruppo della governance dei club e della federazione italiana calcistica” tenendo conto di provvedimenti intrapresi nei dodici anni di vuoto cosmico a livello internazionale.
L’ex difensore, ieri al commento tecnico insieme a Rimedio, ha riflettuto sulle priorità di una Federazione che sembra, oggettivamente, aver smarrito il taccuino con sopra appuntata la lista delle cose importanti e pensa soltanto a ritrovare introiti dalla cessione di diritti immagine di un prodotto che giustamente con fatica si riesce a rendere appetibile. “La Lega calcio non trova i giorni per preparare la partita più importante del decennio, questa di Zenica, però trova il tempo per portare quattro squadre in Arabia per la Supercoppa italiana” ha aggiunto Adani alla Rai, aprendo ad una riflessione che meriterebbe giorni e giorni di dissertazioni. Eppure, anche questa volta, Gravina, di cui oggi chiedono tutti la testa, ma che fino a ieri veniva accompagnato con sorrisi e ossequi, sembra avere a cuore un altro tipo di priorità: la poltrona. Questa parecchio comoda a lui quanto ai colleghi, o agli immediati “sottoposti”. “Dal 2017, dopo l'eliminazione con la Svezia, facciamo sempre gli stessi discorsi, che restano, però, lettera morta”, ha aggiunto Rimedio sempre ai microfoni di Rai nell’immediato post gara quando ha giustamente fatto notare come nonostante le mancate partecipazioni al mondiale precedenti nel calcio italiano non sia mai cambiato niente: “Non è cambiato niente al livello di idea, di struttura, di progettazione, di valorizzazione dei giovani. E di conseguenza è difficile che stavolta possano essere stravolte determinate situazioni” puntando anche il dito sui club, superficiali e negligenti rispetto alla causa azzurra, che oggi come mai non trova sostenitori, a partire da chi comodamente siede negli uffici di Via Allegri 14 a Roma.