La morte è ciclicamente annunciata: dell’arte, della filosofia, della politica. La fine della storia a un passo. Il crepuscolo di volta in volta imminente. E anche nel calcio i segnali del declino ci sono tutti. Concentrazione di potere nelle mani di pochi, scommesse sdoganate e pubblicizzate su ogni piattaforma, bolle economiche che esplodono, società-cartello che, per prestigio e potere finanziario, riescono a eludere regole che per altre sono condizioni insindacabili. L’ultimo caso è quello del Manchester City, condannato da una commissione indipendente della Premier League per numerose violazioni delle regole finanziarie, con il club che ha annunciato ricorso. In Italia, poi, l’impoverimento tecnico è certificato dall’assenza dai Mondiali per tre edizioni consecutive: 2018, 2022 e 2026. Messe in fila, tutte queste tappe ci dicono che il calcio ai livelli massimi, se non è morto, è quantomeno un corpo morente.
Le scommesse
Lasciamo da parte i casi singoli di cui in Italia abbiamo discusso a lungo, da Tonali a Fagioli, fino ai calciatori coinvolti nelle vicende più recenti. Guardiamo alla struttura. A margine di ogni partita si danno le quote. A fine primo tempo si danno le quote. Le scommesse sono diventate una presenza permanente. E grandi campioni e leggende come Roberto Baggio, Luca Toni e altri sono stati utilizzati in campagne pubblicitarie legate al betting, mentre il disclaimer resta quello del “gioca responsabilmente”. I numeri fotografano la dimensione del fenomeno. Nel 2025 la raccolta complessiva del gioco d’azzardo in Italia ha raggiunto i 165,34 miliardi di euro, in crescita di circa il 5% rispetto all’anno precedente. Nel solo calcio, invece, la raccolta delle scommesse nel 2024 ha raggiunto i 16,1 miliardi di euro, quasi otto volte il dato del 2006. Nel 2025, inoltre, il solo comparto del gioco a distanza e delle scommesse ha raggiunto una raccolta lorda di 109,3 miliardi di euro. Se il gioco regolamentato è legale, c’è però da chiedersi se questa sia la direzione “virtuosa” che vogliamo intraprendere, soprattutto se nella narrazione corrente il calcio viene affiancato dalla necessità di una rivalutazione etica. Davvero queste due dimensioni possono convivere? La contraddizione è evidente anche nelle sponsorizzazioni. L’Inter ha un accordo quadriennale con Betsson Sport (distinto da Betsson.net, il sito di scommesse), il cui marchio compare sulla parte anteriore della maglia; la Lazio, nell’aprile 2026, aveva invece scelto Polymarket come main sponsor. Quest’ultimo accordo è stato poi risolto consensualmente nell’agosto 2026, dopo l’intervento dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli che aveva oscurato il sito della piattaforma in Italia. Ecosistemi commerciali strettamente affine a quello del betting. La morale altalenante sul ha trovato un cortocircuito palese anche nella vicenda di Andrea Pirlo. L’ex centrocampista era stato individuato da Paolo Maldini e Leonardo come possibile commissario tecnico della Nazionale, ma la sua collaborazione come ambassador con la società russa di scommesse Fonbet ha provocato polemiche devastranti. Il presidente della Figc Giovanni Malagò non ha dato il via libera alla nomina e Pirlo è stato infine escluso. Maldini, in un’intervista pubblicata ad agosto, ha definito quella vicenda un “pretesto”, sostenendo che Pirlo sarebbe stato disposto a interrompere il rapporto con la società russa. Il primo passo del nuovo corso della Federazione, con Malagò presidente e Maldini e Leonardo appena arrivati ai vertici dell’area tecnica, è così finito in un clamoroso cortocircuito. Maldini e Leonardo si sono dimessi dopo appena 16 giorni.
Il Mondiale di Infantino e Trump
Calcio è politica. È così da sempre, così sarà per sempre. Anche perché, da qualche parte, i soldi vanno trovati. E nel momento in cui un tema di redistribuzione o accentramento delle ricchezze si pone, diventa inutile parlare “solo” di sport. Il Mondiale 2026 è un caso palese. Gianni Infantino ha consolidato il proprio rapporto con Donald Trump, fino a entrare nel Board of Peace promosso dal presidente statunitense per la gestione della ricostruzione a Gaza. La Fifa ha inoltre annunciato un finanziamento di 75 milioni di dollari per progetti legati al calcio nei territori palestinesi. L’intreccio è emerso anche nella gestione del torneo. La nazionale iraniana ha dovuto spostare il proprio ritiro dagli Stati Uniti al Messico, anche a causa dell’incertezza sui visti, costringendo la squadra a viaggi chiaramente penalizzanti. Diversi membri dello staff e della federazione hanno incontrato problemi di ingresso. E poi c’è stato il caso di Omar Abdulkadir Artan, arbitro somalo scelto per il Mondiale: gli Stati Uniti gli hanno negato l’ingresso e la Fifa lo ha quindi escluso dal torneo. Secondo quanto riportato dalla stampa, il caso sarebbe stato legato a un’omonimia e a ulteriori controlli delle autorità statunitensi; l’arbitro ha sostenuto di avere tutti i documenti in regola. Infantino, interrogato dai giornalisti sulla vicenda, invitò a “rilassarsi”, a stare “nel chill”. Il caso Folarin Balogun fede scattare allenatori ed ex giocatori fino a quel momento silenti. La Fifa ha sospeso per un anno l’applicazione della squalifica automatica di una partita conseguente al suo cartellino rosso, consentendogli di giocare la partita successiva, provocando la reazione anche della Uefa, la quale ha definito la scelta un precedente pericoloso per la certezza delle regole.
La mossa di Infantino per “vendere il calcio”
“Il calcio è della gente” rimane lo slogan inclusivo e fondante della massima istituzione calcistica. Ma il calcio è della gente e degli azionisti. Durante il 2026, Infantino ha promosso il progetto Fifa Forward Enterprise, un’operazione che prevedeva la creazione di una nuova società incaricata di gestire parte dei diritti commerciali della Fifa e l’ingresso di investitori privati fino al 20%. Il piano puntava a una valutazione di circa 20 miliardi di dollari e a raccogliere fino a 4,2 miliardi da investitori guidati da Thrive Capital, il fondo di Joshua Kushner, fratello di Jared Kushner, genero di Donald Trump. Aleksander Ceferin, presidente Uefa, ha attaccato duramente il progetto, trascinando con sé altri soggetti del calcio europeo. Il piano è stato infine abbandonato dopo le proteste provenienti da diverse componenti del mondo del football. Oltre al possibile tentativo di muoversi nell’orbita della famiglia Trump, l’operazione ha posto una questione più ampia: quella di un calcio sempre più concepito come un asset finanziario.
I tifosi
Perché tra i principali oppositori di Infantino ci sono i tifosi. Per come è stato gestito il Mondiale, per le polemiche sulla governance, per il rapporto tra calcio e politica e, soprattutto, per la prospettiva assunta dal leader Fifa: il calcio come oggetto da vendere. Il 20 agosto 2026, un fronte internazionale di associazioni di tifosi ha lanciato la petizione “Infantino Out”, chiedendo le dimissioni del manager svizzero e una profonda riforma dell’organizzazione. Tra i promotori figurano Football Supporters Europe, Football Supporters Africa e l’Independent Supporters Council del Nord America, insieme a circa 40 gruppi nazionali di tifosi. La petizione chiede anche un maggiore coinvolgimento formale dei tifosi nelle decisioni sul futuro del calcio.
Il caso Manchester City
La bolla del Manchester City è forse esplosa. La squadra che, insieme al Psg, ha dominato il calcio europeo nell’ultimo decennio è stata giudicata responsabile di quasi tutte le violazioni contestate dalla Premier League. La commissione indipendente ha accertato un sistema di sponsorizzazioni fittizie e finanziamenti mascherati attraverso il quale, secondo le conclusioni della commissione, il club avrebbe gonfiato artificialmente i ricavi e ridotto i costi per oltre 900 milioni di sterline in diecin anni. Il Manchester City ha respinto le accuse e ha annunciato ricorso. Tra le contestazioni c’è anche quella relativa a Roberto Mancini, oggi ct della Nazionale italiana. Secondo le ricostruzioni emerse nel procedimento, Mancini avrebbe avuto un secondo contratto con Al Jazira, club di Abu Dhabi riconducibile allo stesso proprietario del City, per attività di consulenza quantificate in circa quattro giorni di lavoro all’anno. Il contratto prevedeva un compenso separato rispetto allo stipendio ricevuto dal Manchester City. La questione, va detto, riguarda al momento solo il club e le sue condotte finanziarie. Eppure una questione di opportunità, oltre che di etica sportiva, rimane.
Nel corso degli ultimi anni sono emerse inchieste su diverse curve italiane: da quella della Juventus a quella della Lazio (per il club è in corso una guerra tra Claudio Lotito e i tifosi), fino alle vicende che hanno coinvolto le tifoserie organizzate di Milan e Inter. Ma questo non è tutto il tifo. La speranza resta l’entusiasmo dei tarantini tornati allo stadio, le persone che continuano a portare i propri messaggi sugli spalti e tutte quelle comunità che, nonostante divieti, repressione, prezzi sempre più alti e trasformazioni commerciali, continuano a vivere il calcio come un’esperienza collettiva. Dove sta andando il calcio moderno? Verso il profitto o verso la tutela di una passione? La verità starà nel mezzo. Al momento, però, la bilancia sembra pendere solo da una parte.