Niente da fare. Nemmeno ora, circondati dalle macerie di un movimento, riusciamo ad essere diversi. Giovanni Malagò era l’uomo della ripartenza. Il nuovo presidente federale aveva nominato Paolo Maldini e Leonardo. Due nomi esperti e con prospettiva, incaricati di portare avanti (per una volta) un lavoro a lungo termine. Un piano decennale. La rivoluzione. Un programma rimasto fermo alle parole. Succede che Pep Guardiola dice no: è stanco, ha subito un intervento alla schiena (lo ha detto Maldini intervistato da Aldo Cazzullo), sarebbe stato disposto a venire a patti con le disponibilità economiche della nostra Nazionale ma niente; alla fine ha rifiutato l’offerta. I nomi a quel punto rimangono tre: Fabio Grosso, Daniele De Rossi e Andrea Pirlo. I primi due erano già presi da Fiorentina e Genoa, rimaneva quindi solo l’ultimo (forse De Rossi, a saperlo prima, avrebbe fatto al caso). Peccato che Pirlo fosse sotto contratto con un’azienda di betting russa. Il calcio, lo sanno tutti, campa anche grazie alle scommesse: inutile fare gli ipocriti. Se non fosse stata russa il problema manco l’avremmo posto, chissà. Ma lo scandalo era servito. Non sapevamo, dice Maldini al Corriere. Consapevoli di come qualsiasi cosa, nel 2026, sia produttrice di polemica, forse era meglio prepararsi. Scattano i giornali, insorgono i social. Pirlo non è più il nome giusto. È lo stesso Malagò, almeno secondo la ricostruzione fatta da Maldini, a tirare una riga sull’ex centrocampista. Ora sceglierà lui e Leonardo e Maldini dovranno avallare.
Ma i due ex Milan non sono venuti per stare a guardare, perciò si dimettono. Non ci sono più le condizioni. Tornano quindi le vecchie idee: Roberto Mancini come ct e Claudio Ranieri come direttore tecnico. Porti sicuri in un mare agitato. Uno, Mancini, scappato in Arabia dopo l’ultimo successo dell’Italia; l’altro, impegnato fino a poco tempo fa con la Roma, già candidato alla panchina, prima non poteva per amore dei giallorossi, ora è libero e ha accettato. Ha deciso Malagò. Il futuro prossimo (chissà quanto remoto) sarà il risultato del suo operato come demiurgo.
Passa qualche giorno, circola delusione: perché tra i nomi c’erano due allenatori su tre già coinvolti con i club? Perché non sono state fatte prima le verifiche su Pirlo? Perché con un cv deludente (altro che de la Fuente) la scelta era ricaduta proprio su di lui? Perché ha ripreso tutto in mano Malagò? Preso dal panico, chissà. La Nations League è già vicina e già serve vincere. Tutto e subito. Come sempre. Passa ancora qualche giorno e arriva l’ennesimo caso: Diana Bianchedi, vicepresidente del Coni e vicina a Malagò, viene nominata dal presidente della Figc capodelegazione della Nazionale italiana, il Coni però dice che tra i due ruoli c’è incompatibilità, evoca l’articolo 7, la federazione invece sostiene che no, per un ruolo di rappresentanza non c’è nessun conflitto di interessi. Vera o falsa che sia una cosa o l’altra, il tran tran lascia solo l’impressione di un grande caos, l’effetto reale di aumentare ancor la sfiducia in un progetto affossato prima ancora della partenza. Se rivoluzione doveva essere, di presupposti non ce n’è nemmeno uno. Tutto ciò che doveva andare male, sta andando persino peggio.