Gianni Infantino è sempre più solo. E non è un modo di dire. Quella che fino a pochi mesi fa sembrava una leadership inattaccabile alla guida della Fifa si è trasformata in una guerra aperta con l’Europa del pallone. Le ultime settimane hanno fatto esplodere tensioni covate da tempo: le eccessive attenzioni rivolte a Donald Trump, il caos organizzativo del Mondiale per Club negli Stati Uniti e soprattutto il clamoroso piano per aprire la Coppa del Mondo ai fondi privati. Per la Uefa, è stato il punto di non ritorno. Secondo quanto riportato da Cbs Sports, il progetto di Infantino prevedeva la creazione di una nuova struttura commerciale della Fifa, la FFE (FIFA Forward Enterprise), a cui sarebbero stati conferiti i diritti televisivi, le sponsorizzazioni, il ticketing e le licenze dei tornei mondiali. L’obiettivo? Raccogliere fino a 8,2 miliardi di dollari da investitori privati, con il coinvolgimento di Thrive Capital e di J.P. Morgan come partner strategico. La Uefa ha reagito duramente: “Il Mondiale non è in vendita”. E da quel momento è iniziata la resa dei conti.
Per Aleksander Ceferin e le 55 federazioni europee, il problema non è soltanto economico. È politico. Infantino viene accusato di aver gestito il dossier in modo opaco, senza consultazioni reali, tentando di forzare un’approvazione lampo. Una mossa che ha fatto infuriare anche federazioni storicamente prudenti come quella inglese. La Football Association starebbe preparando il ritiro del sostegno alla rielezione di Infantino nel 2027, mentre il Galles ha già annunciato ufficialmente di non avere più fiducia nel presidente della Zf rendere tutto più tossico ci sono poi i rapporti sempre più stretti con Donald Trump. La presenza di Infantino accanto all’ex presidente americano in diverse iniziative pubbliche e il suo coinvolgimento nel controverso “Board of Peace” promosso da Trump hanno creato un cortocircuito politico. In Europa molti dirigenti vedono il presidente della Fifa come troppo vicino alla nuova destra americana e troppo interessato ai giochi di potere internazionali rispetto alla tutela del calcio. Mille comunicati. Dentro la Fifa il clima sarebbe incandescente. Alcuni media americani parlano addirittura di un progetto interno soprannominato “Kill The Monster”, con dirigenti di Zurigo furiosi per essere stati tenuti all’oscuro delle trattative segrete sulla privatizzazione del Mondiale. L’idea di trasformare il principale evento sportivo del pianeta in un veicolo finanziario per fondi d’investimento è stata percepita da molti come un tradimento dello spirito stesso della Fifa. Ed è qui che entra in scena Nasser Al Khelaifi. La Uefa non lo ha candidato ufficialmente, ma il suo nome circola con insistenza come possibile uomo della svolta. Presidente del Psg, numero uno dell’ECA (European Club Association) e figura centrale nei rapporti tra club, broadcaster e governi, il dirigente qatariota ha un peso enorme nel calcio globale. Idee, relazioni e soprattutto soldi. Tanti soldi.
La scelta avrebbe anche un valore simbolico. Infantino, che pure aveva costruito parte del proprio potere grazie all’asse con il Qatar, viene ora percepito come troppo sbilanciato verso gli Stati Uniti e verso una gestione sempre più personale della Fifa. Puntare su Al Khelaifi significherebbe riportare il baricentro del calcio mondiale verso un’alleanza tra Europa e Doha, cioè verso quei soggetti che controllano oggi una fetta decisiva dei diritti televisivi, dei club e degli investimenti nel pallone. Le elezioni del 2027 sono ancora lontane, ma qualcosa si è rotto. Infantino ha già ritirato il piano FFE, però il danno politico è enorme. La Uefa non parla più di semplice dissenso: parla di perdita di fiducia. E quando il calcio europeo smette di fidarsi del presidente della Fifa, il problema non è più una polemica. È l’inizio di una possibile successione.
Un altro nome forte risponde al nome di Victor Montagliani, dirigente canadese e attuale presidente della Concacaf, considerato da molti una delle figure più influenti del calcio internazionale. Pur avendo maturato la propria esperienza nel contesto nordamericano, in Canada, Montagliani conosce bene le dinamiche del calcio europeo e i rapporti tra le principali federazioni mondiali. La sua eventuale candidatura assumerebbe anche un valore politico significativo, perché rappresenterebbe la crescente centralità del Nord America all’interno degli equilibri del calcio globale. Negli ultimi anni, infatti, la sua figura si è rafforzata grazie al ruolo svolto nell’organizzazione di grandi eventi internazionali e nella promozione dello sviluppo del calcio nel continente americano. La sfida per decidere il nuovo capo del calcio mondiale è appena iniziata.