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1 agosto 2026

Contro Infantino e la Fifa dei privati: la storia di un bambino bullizzato diventato imperatore (e quindi il cattivo?)

  • di Gianni Miraglia Gianni Miraglia

1 agosto 2026

Dai traumi di un'infanzia da bullizzato nella Svizzera vallese al trono assoluto della Fifa: la parabola di rivalsa di Gianni Infantino, condottiero dei nostri tempi che sta ridisegnando il calcio globale, un petroldollaro alla volta

Foto di: Ansa

Contro Infantino e la Fifa dei privati: la storia di un bambino bullizzato diventato imperatore (e quindi il cattivo?)

Infantino ha detto no. D'accordo: ma se il suo non fosse stato delirio di onnipotenza, ma l'ennesimo cinico bluff calcolato? Alzare la posta a livelli inammissibili, ipotecando il 30% del Mondiale a fondi d'investimento, per poi negoziare da una posizione di forza, spostando ancora più a Oriente l'asse economico del pallone.

A questo giro qualcosa gli è sfuggita di mano: il suo braccio destro, Carlos Cordeiro, si è dimesso dichiarando che l'iniziativa era un male per il calcio, perfino la Confederazione asiatica si è schierata contro questa manovra e da Londra sono arrivati i plateali attacchi del premier Keir Starmer.
Infantino è stato costretto a un dietrofront, probabilmente strategico, vista la sua machiavellica protervia.

Per decifrare la fredda spregiudicatezza di Gianni Infantino, bisogna tornare all'origine del personaggio e al filo rosso che unisce i grandissimi della storia. Napoleone Bonaparte, il diversamente alto di Ajaccio, deriso nei collegi militari di Brienne per il suo marcato accento corso, che finì per incoronarsi da solo Imperatore dei francesi. Gengis Khan, cacciato dal proprio clan, ridotto in schiavitù tra i boschi della Mongolia, riemerso dalle ceneri per sottomettere l'intera Eurasia e Giulio Cesare che trasformava i debiti di gioventù nella valuta per conquistare la Gallia.

E poi c'è Gianni Infantino, che in un afflato woke-globalista dichiarò: «Oggi mi sento qatariota, arabo, africano, gay, disabile e lavoratore migrante», spiegando che lui si sente come tutti loro, avendo vissuto sulla propria pelle la discriminazione in un paese straniero: la crudele Svizzera vallese, in cui a scuola lo bullizzavano perché aveva i capelli rossi, le lentiggini, e in più era italiano e non parlava bene il tedesco.

Stessa identica cavalcata epica dei grandi condottieri. Dai gironi infernali della crudele emarginazione elvetica al ruolo di monarca assoluto della FIFA: un'epopea di riscatto personale i cui traumi infantili hanno partorito la più bieca e spietata mercificazione del calcio globale.

L'ultimo capolavoro della sua gestione non è più soltanto l'estensione del Mondiale a format titanici da quarantotto o sessantaquattro squadre, ma il piano definitivo: vendere la Coppa del Mondo ai più ricchi del pianeta. Creare una bella scatola societaria (la FIFA Forward Enterprise) e venderne un bel 30% ai fondi d'investimento privati d'oltreoceano e agli immancabili emiri del Golfo.

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Gianni Infantino ai Mondiali Ansa

È la perfetta contro-narrativa anticolonialista della nostra era. Per secoli l'Occidente ha colonizzato il mondo, rubando materie prime e imponendo le buone maniere coi massacri. Oggi assistiamo al trionfo del nuovo colonizzatore abile nel soft power, con eserciti di assegni in bianco, contratti d'immagine e petrodollari. Gli emiri e i fondi mediorientali, consapevoli che il campo da gioco richiede decenni di cultura tattica e vivai che non si possono fabbricare in provetta, hanno capito la lezione: non sapendo giocare a pallone, basta comprarsi l'intero giocattolo.

E se il Mondiale per nazioni rischia ancora di essere troppo vincolato a qualche vecchia romantica tradizione, lo si sostituisce gradualmente con il già sperimentato e inutile Mondiale per club, gonfio di premi miliardari, subdolo apripista per il sogno definitivo: trasferire tutte le partite della Premier League o le Finali di Coppa direttamente a Riad o a Doha.
Il risultato di questa visione inclusiva e globale è sotto gli occhi di tutti: abbiamo già gustato in quest'ultima edizione la presenza in campo di squadre tecnicamente imbarazzanti come il Qatar, la Giordania, l'Iraq e l'Arabia Saudita.

Eppure, basterebbe così poco per restituire al calcio la sua dignità agonistica. Basterebbe un Mondiale vero. Circoscritto a chi il calcio lo ha inventato, masticato, sofferto e sublimato: Europa, Sudamerica, l'Africa dei campetti sterrati e il Giappone dall'incontenibile tattica e dinamicità. Un torneo a numero chiuso, accessibile solo attraverso un rigido e meritocratico sistema di ranking, modellato sull'esempio dello sport più aristocratico, coloniale e spaventosamente giusto dell'universo: il rugby. Lì non entri nel tabellone principale perché spinto dagli sponsor; ci entri perché hai il sangue sulle nocche e acquisisci merito sul campo, come l'Italia, matricola per decenni al Six Nations e ora nobilitata da importanti vittorie.

Si spera ora in un sussulto d'orgoglio della UEFA da parte di Čeferin e dei club europei che hanno il dovere morale di saltare sul carro dei ribelli e boicottare senza riserve ogni prossima imminente manovra, assieme alla farsa del mondiale invernale che si terrà a Riad tra otto anni.

Lasciamo che Gianni continui a sentirsi di volta in volta qatariota, gay, lavoratore migrante o investitore di Wall Street. Ma noi restituiamo il pallone a chi ci giocava quando per terra c'era ancora l'asfalto, e non un tappeto di petroldollari.

https://www.youtube.com/watch?v=_Iq-3VyRFzM

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