Franco Baresi, una leggenda senza tempo. Il calciatore perfetto che univa intelligenza fuori dal comune, conoscenza del gioco e, quando serviva, la cattiveria agonistica. Con quell’aura dell’eroe che non cade. Che lotta, che ti guarda negli occhi e ti fa capire che non ce la farai. Franco Baresi era anche stile, atteggiamenti misurati e composti. Era uno di quegli uomini di un tempo passato, fatti e poche parole. Come aveva imparato nelle campagne di Travagliato, comune del bresciano di cultura contadina dove si giocava a pallone fino al calare del sole, quando le mamme scendevano in strada con le verghe a richiamare il ritorno a casa.
Se n’è andato a 66 anni, troppo pochi per uno come lui che ci aveva fatto emozionare con la maglia del Milan e della Nazionale. Sembrava invincibile con la fascia al braccio e la testa sempre alta anche quando usciva palla al piede dalla linea difensiva. Fantascienza per gli anni ’80 e ’90. Soprattutto in Italia dove si scendeva in campo soprattutto per non prendere gol.
Da ragazzo lo chiamavano il “piscinin” per il suo fisico esile e il viso da bravo ragazzo. Così bravo che l’Inter, dove giocava il fratello Beppe, lo scartò. Ma non era l’ultima occasione della sua vita, perché di lì a poco, si metterà la maglia numero 6 dell’altra sponda di Milano, quella rossonera, e non se la toglierà più vincendo tutto quello che era possibile, da leader assoluto. Sarà così rinominato il Franz, come Beckenbauer, per il suo modo unico di interpretare il ruolo di libero. E sarà forte come lui.
La sua morte segna il mondo del calcio per sempre e si percepisce nella domanda che Paolo Maldini, poche ore dopo la notizia della scomparsa, ha scritto sui social: "Come faremo senza il nostro Capitano?”. È una frase semplice. Ma racconta quarant'anni di Milan e Milanismo. Perché Baresi non è stato soltanto il numero 6. È stato il Milan nella sua epoca d’oro. Ce lo ha raccontato anche Filippo Galli, difensore, compagno in quella squadra imbattibile, raggiunto da MOW per due parole sul Franz. "Baresi è stato un precursore. Oggi tutti parlano di costruzione dal basso, lui usciva palla al piede dalla difesa quarant'anni fa. Lo faceva da solo. Aveva coraggio, una gestione della palla straordinaria e una lettura del gioco fuori dal comune".
Fa impressione pensarci oggi. Il calcio celebra come innovatori difensori che fanno ciò che Baresi aveva già trasformato in normalità quando ancora internet non esisteva e le partite non erano tutti i giorni in televisione. "Nella fase senza palla era praticamente insuperabile - continua Galli -. Ti anticipava sempre e quando non riusciva ad arrivare prima, recuperava con qualità atletiche eccezionali: velocità, corsa, determinazione".
Possiamo dire che il Milan di Sacchi, squadra che ha espresso un calcio che sembrava arrivato da un altro pianeta, ancora oggi studiato come fenomeno di rivoluzione, è stato possibile anche grazie alla figura di Baresi?
"Era il giocatore che rendeva possibile quel Milan: linea alta, fuorigioco, pressing. Sacchi aveva un'idea visionaria, Baresi era la pedina fondamentale. Il giocatore più funzionale di quel sistema”.
Franco è stato un calciatore leggendario, ma anche un uomo che ha lasciato il segno nel cuore di tutti i tifosi del Milan e degli amanti del calcio delle bandiere.
”È stato un esempio di milanismo - sottolinea Filippo Galli -. Poche parole, tantissimi fatti. Ha scelto il Milan ed è rimasto anche in Serie B, quando tutte le grandi squadre lo volevano. Una coerenza che oggi sembra impossibile".
Ciò che sorprende di più nel racconto di Galli è la dimensione della normalità nella rappresentazione della grandezza.
"Quello che colpiva di Franco Baresi era la sua normalità, la sua umiltà nonostante fosse una stella mondiale del calcio. Per me, in quel momento, era difensore più forte del mondo. Io andavo allo stadio da bambino ed era il mio idolo. Era il Milan della stella, della stagione 1978/79 e in campo c’era ancora Rivera. Poi, piano piano, con impegno, sono riuscito ad arrivare a giocare in prima squadra nel Milan. Pensa cosa ho provato quando me lo sono trovato a fianco nello spogliatoio, è stato un onore e un orgoglio. Nel tempo è diventato anche un grande amico. Sempre presente, elegante nei modi, sempre giusto e riservato”.
C’è poco altro da aggiungere di fronte a questo gigante dello sport, è sufficiente snocciolare un po’ di numeri per trovarsi di fronte a una carriera irripetibile: 20 stagioni con il Milan (dal 1977 al 19997), 719 partite ufficiali, 15 campionati da capitano, maglia numero 6 ritirata nel Milan. Sei scudetti, 3 Champions League, 2 intercontinentali, 3 Supercoppe europee, 4 italiane, 2 campionati di serie B. In più in azzurro, un campionato del mondo con l’Italia nel 1982 senza mai giocare e un secondo posto nel 1994 con la leggendaria prestazione in finale contro il Brasile, 25 giorni dopo l’infortunio al menisco. È mancato per un soffio addirittura un Pallone d’oro, per una manciata di voti nel testa a testa con Van Basten, suo compagno di squadra. Ma per Baresi i titoli non sono tutto, ci sono milioni di cuori rossoneri con il suo nome inciso. Per sempre.