Forse fareste bene a informarvi un po' di più sul Marocco. Se pensate che sia ancora un Paese periferico, ben lontano dagli affari globali, con un'economia di sussistenza (o quasi) legata soltanto al turismo occidentale e senza alcuna visione per il futuro, sappiate che siete fuori strada. La dimostrazione più evidente di ciò che può fare il Paese guidato da re Mohammed VI coincide con la crisi di Ceuta. In assenza di adeguati controlli, dall'entroterra marocchina possono partire decine di migliaia di migranti in grado di travolgere completamente l'exclave spagnolo e, di riflesso, spaventare, sfilacciare, frantumare l'intera Unione europea: una carta mica male. I più maligni sono convinti che Rabat abbia sfruttato la carta dell'immigrazione come strumento di guerra ibrida per punire Pedro Sanchez, reo di essersi avvicinato un po' troppo all'Algeria (storica rivale marocchina per la questione del Sahara Occidentale), ma soprattutto di aver mandato al diavolo Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Che c'entrano Usa e Israele? Senza cadere in facili dietrologie, il Marocco ha consolidato i suoi rapporti con Washington e Tel Aviv diventando, di fatto, una specie di bastione filo-atlantico e filo-occidentale incastonato in Nord Africa. La svolta è arrivata nel 2020 con gli Accordi di Abramo, voluti e mediati da The Donald durante la sua prima amministrazione, che hanno portato alla normalizzazione delle relazioni con Israele in cambio di un importante sostegno politico dell'amministrazione Trump sulla questione del Sahara Occidentale. In questo contesto si inserisce anche l'autostrada Tiznit-Dakhla (da poco intitolata a Trump) che collega il sud del Marocco alla Mauritania attraversando il Sahara Occidentale controllato da Rabat, e che unisce Tiznit, Guelmim, Tan-Tan, Laayoune e la penisola di Dakhla, dove è in costruzione un grande porto atlantico.
Ovviamente le autorità marocchine smentiscono tassativamente di aver in qualche modo favorito la crisi di Ceuta per punire Sanchez. Certo è che il Marocco punta a diventare una piattaforma commerciale tra Europa, Africa e Sahel, integrando rotte terrestri e marittime e offrendo ai Paesi saheliani senza sbocco sul mare l'accesso ai porti atlantici marocchini attraverso la cosiddetta Iniziativa Atlantica. Stiamo parlando, insomma, di uno Stato che ha le idee chiare per il futuro. E che, negli ultimi mesi, ha già dimostrato di sapersi muovere nei gangli oscuri dei palazzi del potere di Bruxelles con le sue spie, facendo molteplici pressioni e attività di lobbying. Il riferimento è alle recenti rivelazioni sullo spyware Pegasus. Di recente un ex agente della Dgst marocchina, e cioè l'agenzia di spionaggio e sicurezza interna del Paese, identificato con lo pseudonimo di “Safir”, ha raccontato che Rabat avrebbe iniziato a usare Pegasus nel 2017 contro giornalisti, attivisti per i diritti umani e funzionari stranieri, inclusi obiettivi spagnoli e francesi. Il Marocco continua a respingere tutte le accuse, ma le ultime rivelazioni hanno riacceso il dibattito sul ruolo dei servizi marocchini e sulla capacità di Rabat di esercitare influenza ben oltre i propri confini...
Ci sono poi altri due dossier che evidenziano le ambizioni del Marocco. Il primo riguarda l’ascesa del Paese nel settore dell’automotive. In meno di vent’anni Rabat ha trasformato un’industria quasi inesistente nel più grande polo automobilistico dell’Africa, con una capacità produttiva di circa 700 mila veicoli l’anno e oltre 14 miliardi di dollari di esportazioni. Oggi nel Paese operano più di 250 aziende del comparto e l’automotive rappresenta il 22% del Pil. Il governo ha sostenuto la crescita con porti, zone franche, autostrade e incentivi fino al 35% per gli investimenti industriali nell’area di Tangeri. Renault produce in Marocco quasi tutte le Dacia Sandero destinate all’Europa, mentre Stellantis ha fatto dell’impianto di Kenitra uno dei suoi hub strategici nel Mediterraneo. I dati mostrano anche il divario con l'Italia: nel 2025, ha ricordato Startmag, la produzione italiana del gruppo è scesa a 379.706 unità, in calo del 20% sull’anno precedente, mentre il Marocco continua ad attrarre nuovi progetti industriali e investimenti legati anche alla transizione verso l’elettrico. E l'ambizione non è soltanto economica: Rabat punta anche a diventare una potenza calcistica regionale e globale. Dopo aver organizzato la Coppa d'Africa e costruito una nazionale capace di competere stabilmente ai massimi livelli internazionali, il Marocco sta preparando insieme a Spagna e Portogallo il Mondiale 2030, con il Grand Stade Hassan II di Casablanca, progettato per ospitare 115 mila spettatori, destinato a diventare il simbolo di questa proiezione di potenza.