Il dramma umanitario si consuma a Ceuta tra morti e allarmismi nell'assoluta assenza di filtri narrativi. In poche ore è scattato il cortocircuito mediatico-percettivo e milioni di persone scivolano nell'allucinazione collettiva: convinte che a varcare la frontiera non siano esseri umani in carne e ossa, ma i primi emissari di un'invasione orchestrata nel cuore dell'Europa: che è sotto casa.
Subito le reazioni a destra e a sinistra, nello schema narrativo perennemente identico e bipolare che scandisce la nevrosi contemporanea. Da un lato si bullizzano il troppo progressista Pedro Sánchez, idolo pettinato, corretto, e le cosiddette anime belle; dall'altro si invoca la Reconquista, che le porte di Schengen si chiudano: come se un trattato tra uomini ricchi in cravatta e donne, altrettanto ricche in tailleur, potesse fermare la biologia. Il rito masturbatorio dei destraioli prevede l'ossessione orgasmica per l'esercito che finalmente spari e allora sì che si sbo*ra.
È l'allarme a Ceuta e i violini di questo Occidente che sembra affondare suonano all'impazzata: senza che nessuno però spieghi ai milioni di utenti investiti di questo nuovo fardello geopolitico che Ceuta (e anche Melilla, più a est) sono tecnicamente suolo spagnolo e quindi europeo, ma sulle coste nordafricane, terre acquisite anticamente, quando il Marocco non era nato.
Due punti strategici e bastioni concorrenti: nella costa opposta presidiano i britannici. Si controlla e condiziona uno dei flussi commerciali più importanti al mondo che passa appunto dal cosiddetto Stretto di Gibilterra.
Ma per l'informazione nulla deve essere troppo divulgativo: contano solo quelle reiterate immagini dai reel che ormai animano il traffico mediatico contemporaneo: giovanotti a torso nudo e in ciabatte che entrano in Spagna con lo smartphone già nella modalità live, per sancire il controcampo della nostra retorica narrativa.
Al di là della ridicola propaganda allarmistica a cui veniamo sottoposti noi creature di Pavlov, la verità vera è molto più semplice e crudele: stiamo assistendo in diretta streaming al compimento del ciclo dell'umanità. A noi il ruolo di spettatori all-inclusive, sempre più evanescenti.
Da un lato della sponda c'è una generazione di giovani voraci, affamati di aria, di oggetti, di speranza, di agio e di uno stile di vita che hanno visto e adulato sui loro touch-screen. Gente capace di rischiare la vita a nuoto o di scalare barriere di filo spinato alte sei metri a mani nude pur di piantare le tende nel paese dei balocchi.
Dall'altra parte della sponda ci siamo sempre noi, la popolazione autoctona del decadente ed esausto Occidente. Un parco giochi a cielo aperto, popolato da una fauna umana bizzarra, divisa equamente tra depressi di destra arroccati su un passato che non è mai esistito e autolesionisti di sinistra in preda ai sensi di colpa, anche solo per l'idea di aver avuto un avo che ha respirato nell'epoca colonialista. Una popolazione stanca, flagellata dai trigliceridi alti, dal colesterolo sopra la soglia di guardia, dalla disfunzione erettile, ma soprattutto dalla paura indotta.
Siamo la civiltà che ha sostituito la conquista del fuoco con la ricerca del miglior terapista di coppia di zona. Quelli che cercano la trascendenza nell'ennesimo corso di yoga postural-dinamico o tentano di riaccendere una libido ormai fossile iscrivendosi a lezioni di tango il giovedì sera, per poi finire la giornata soli, al buio, nel letto, a seguire morbosamente le ultime novità giudiziarie sull'ultimo delitto di provincia, che sia Garlasco o l'ennesimo caso da plastico televisivo a Porta a Porta. E infine cercare di evadere, cogliere la fantasia da un trailer porno fetish di 11 secondi, caricato male su xHamster, prima che prenda il sopravvento il reflusso gastroesofageo.
E in questo degrado metabolico-culturale dell'individuo occidentale medio, qualcuno invoca l'ennesima malefatta della finanza biforcuta e la sostituzione etnica. Riconoscere la propria inferiorità biologica fa troppa paura, e allora ci si rifugia nella teoria del complotto. Bisogna inventarsi il grande burattinaio, il Piano Kalergi, le riunioni criptate delle élite globaliste.
Perché ammettere che qualcuno ti stia conquistando semplicemente perché ha più voglia di oggetti, più erezione e più voglia di vivere di te è un colpo per l'ego: significherebbe ammettere che la nostra tristezza e cupezza ci stia mettendo di lato, nelle dinamiche prettamente organiche della sopravvivenza della specie.
Basterebbe ripassare la protostoria. L'abbiamo già vissuta questa commedia, qualche decina di migliaia di anni fa. Gli Homo Sapiens: cacciatori-raccoglitori che avevano appena imparato a masticare cereali selvatici e capaci di correre dietro alle prede per tre giorni di fila. Loro che per primi sono risaliti su dall'Africa per invadere l'Europa dei Neanderthal: massicci, stanziali, strafatti di carne di mammut, tronfi della loro nicchia ecologica, convinti di essere i padroni assoluti del territorio. Risultato? I Sapiens arrivano e se li fottono e dei vecchi padroni di casa rimangono solo quattro frammenti di DNA ricombinato e qualche osso nei musei.
È la legge della vita, la spinta incontenibile della natura. Ma noi, nella nostra infinita e ridicola boria suprematista, continuiamo a pensare di essere speciali.
Tutto quel parlare di difesa delle radici, della purezza del sangue, dell'identità della stirpe, quando poi la genesi di ognuno di questi fieri difensori della Patria risiede esattamente nello stesso identico meccanismo: una singola, casuale, disperata goccia di sperma che ha vinto una gara tra milioni di rivali.
Un microscopico girino che ha nuotato più forte degli altri per arrivare a destinazione. Ed è proprio qui la metafora perfetta. Quel principio di competizione sfrenata, di spinta cieca e naturale verso la vita che ci ha messi al mondo come individui, è esattamente la stessa spinta che oggi vediamo agitarsi in forma corale sul piano globale.
Solo che quando la vediamo al microscopio ci sembra il miracolo della creazione, quando dirompe sulle spiagge di Ceuta la chiamiamo emergenza nazionale.
Non c'è nessuna invasione orchestrata, nessun demone con il forcone che muove i fili. C'è solo la fisica dei vasi comunicanti: da un lato la giovinezza, spinta dall'idea del nuovo accumulo che preme e sgomita contro un'umanità ormai sazia, grassa e depressa. E mentre i governi d'Europa si scambiano accuse, la destra strilla, la sinistra piange e Sánchez, messo alle strette, manda i soldati a fare la guardia a un confine di sabbia, il mondo continua a girare nell'unico modo in cui ha sempre saputo girare. Noi, nel frattempo, possiamo continuare a fare i turni dal dietologo, a indignarci sui social e a mettere la crema per le emorroidi. Il ciclo si sta compiendo: noi siamo solo i prossimi reperti di un museo.