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31 luglio 2026

Travaglio non tifa per la Nazionale, ma chi tifa per Travaglio? Da Victoria Cabello lo show del cinismo anti-italiano è più cringe del giustizialismo

  • di Gianni Miraglia Gianni Miraglia

31 luglio 2026

“Sono un anti-italiano, un anti-italiano vero” (semicit), almeno se devo parlare della Nazionale. O no? Lo scrittore Gianni Miraglia decostruisce l’uscita di Marco Travaglio che ha ammesso di non tifare l’Italia nel calcio (e di preferire Sinner) durante il podcast di Victoria Cabello. Il problema? Che questo show di cinismo da giornalista di razza è abbastanza cringe
Travaglio non tifa per la Nazionale, ma chi tifa per Travaglio? Da Victoria Cabello lo show del cinismo anti-italiano è più cringe del giustizialismo

Il gran cerimoniere del giustizialismo ha scelto di dissacrare l'altare nazionalpopolare del calcio per celebrare il suo trionfo definitivo: ovvero farci finalmente capire cosa significhi essere cringe. Sarà stato il titolo della puntata: il travaglio più amato dalle donne. Fosse stato ospite di un qualunque litigificio televisivo non ci sarebbe cascato. Ma alle prese con l’umorismo da Area C milanese di Victoria Cabello nel suo omonimo podcast di successo Fuori di Cabello, non ha resistito. È umano. Superati i 50, tutti prima o poi cadiamo nella trappola: quando siamo così convinti del nostro ruolo da dire qualcosa di palesemente forzato, credendo di essere divertenti, profondi o controcorrente, specie se c’è una donna come interlocutore. In quel momento chi ci sta di fronte mima quel sorriso di circostanza, un po' pietoso, che si riserva ai parenti anziani, quando vogliono fare i ribelli a tavola nel giorno di Natale. Dopo decenni passati a pontificare contro i poteri forti, Travaglio ha deciso di essere così anti-pop, da confessare a Victoria di aver goduto per l'eliminazione degli Azzurri dai Mondiali, in nome di un'insofferenza per la retorica finto-patriottica, perché lui detesta “tutta la fuffa che si fa quando vincono” e quindi preferisce che perdano. 

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Marco Travaglio a Fuori di Cabello

Un sessantunenne, da sempre in carriera per talento e grinta, decide che il ruolo di ganassa contropiedista del giornalismo italiano non è più un mestiere, ma una vocazione mistica. E allora si prende sul serio. Terribilmente sul serio. Travaglio non tifa contro la Nazionale per protesta, né per delusione o disinteresse al calcio: lo fa per superiorità morale. Lui è al di sopra dello stesso pueblo che nutre quotidianamente di grandi controverità. E, da bravo epidemiologo della penna sagace, preferisce uccidere platealmente l’unico gingillo simbolico che tiene milioni di persone in un limbo distraente che li allevia dalla mancanza di soldi - che lui ben guadagna - oltre che garantirgli le ospitate in siparietti sagaci e quel tutto compreso che la fama gli dà. È bastato un attimo per far cadere Marco Travaglio nell’onanismo del sé, nella trappola della performance autoreferenziale: e ora quei pochi secondi di fronte a Victoria vagano come apoteosi del cringe e tutorial pratico su come cercare di non diventarlo. E poi, perché doversi sorbire quel suo aguzzo profilo da uomo dei francobolli del 900, mentre cerca di far capire che è intelligente, sagace, sarcastico e tutto il resto? 

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Marco Travaglio Ansa

Parafrasando la massima di Nanni Moretti: “Mi si nota di più se dico che tifo la Nazionale o se dico che la detesto?”, siamo di fronte alla parabola del professionista di successo che si è preso così tremendamente sul serio da finire prigioniero del proprio personaggio. In preda a fame da contro-narrazione automatica: la malattia sistemica che pervade tutti noi. Persino una vecchia volpe, un guastatore col pelo sullo stomaco, come lui, ci è cascato: tifare contro quegli undici poveretti - per non apparire omologato - non è sovversivo e non fa neanche inc*zzare nessuno: la Nazionale è già sommersa dall’odio di milioni di hater che - seppur plebei e ignari della consecutio temporum - lo superano di gran lunga in cattiveria. Grazie di cuore, Marchetto. Non solo ci hai regalato la definizione enciclopedica di cringe, ma ci hai fornito il miglior manuale pratico di autodifesa sociale: per evitare di risultare ridicoli di fronte al mondo, è fondamentale prendersi sul serio per quello che si fa, e mai per quello che si crede di essere.

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