Dal momento che, in effetti, ad auspicare - cito - “la liberazione da questo giornalismo becero e senza dignità che ci portiamo appresso dal primo governo Berlusconi”, non è tanto la redazione quanto una persona specifica, e dal momento che quella persona, nella fattispecie, sono io, che non ho scelto di fretta il termine “anticulturale” per riferirmi alla tendenza a considerare di valore il discorso sui culi, che ha pure la sua dignità altrove, per esempio in una poesia di Carlos Drummond de Andrade (va da sé, del lontano ’78); insomma, dal momento che qualcosa da dire ce l’ho, convinto di avere persino qualche ragione dalla mia, mi trovo a scrivere non tanto di culi, ma dello scrivere di culi dei miei colleghi sì. Partendo da una premessa che mi fa sorridere, perché questo articolo, che è un invito al buongusto, e che dunque dovrebbe essere letto come un articolo conservatore, esporrà come primo argomento un’obiezione progressista ai tanti culologi e culocronisti, non da ultimo a chi intende l’estate come una stagione per “godere dei bei culi delle donne in spiaggia”. Da qui, appunto, il primo argomento: è già abbastanza indicativa la scelta di scrivere non dei culi, né dei bei culi, ma solo dei bei culi delle donne.
Questa selettività, lungi dall’essere trasgressiva, è platealmente retrograda, e forse sbaglio sostenendo sia un retaggio del modello televisivo berlusconiano, dal momento che la trasgressione sessuale era realmente trasgressiva negli anni Cinquanta e Sessanta, non oggi. Retrogrado, non solo perché, appunto, chi ne scrive guarda il didietro delle donne, ma perché si limita a guardare solo quello. Neanche libertino fino in fondo, neanche colto dal sacro fuoco bisessuale che, per esempio, ha riempito molti dei romanzi di Gore Vidal (anche qui, già a partire dagli Anni Cinquanta). Tolte le sofisticatezze letterarie e la genialità provocatrice, finanche politica, di chi i culi li esaltava settant’anni fa, resta il piacere allo stato puro, post-prodotto in articolo o altro genere di testo gusto per razionalizzare una prurigine tale a quale a quella di chi appendeva nelle officine i calendari con le donne nude. Con la differenza che un meccanico ha tutto il diritto di contare i giorni che passano osservando i culi delle donne libere di farsi fotografare come vogliono, visto che al massimo devono aggiustarti l’auto, certo non si occupano di “aggiustare”, quotidianamente, l’informazione.
Che poi nient’altro si può dire del giornalismo se non che sia un lavoro da artigiano e dunque, oltre alla tecnica, oltre al saper scrivere, serve anche sapere cosa si debba o no scrivere. Perché il tema, nella discussione tra colleghi, era anche questo: davvero ogni tema può essere nobilitato da una buona scrittura? Davvero la dignità di un tema dipende da come ne scrivi? No, ci sono temi che non sono dignitosi a prescindere. Un esempio estremo che però rende l’idea? Gli scritti stalinisti di Neruda o quelli antisemiti di Céline. Attenzione, perché la dignità non corrisponde alla libertà. Un tema poco dignitoso non deve necessariamente essere proibito, per questo si parla di buongusto e non di legge. Ciò che auspicavo, tuttavia, non era tanto la liberazione da questo giornalismo becero, ma la liberazione di MOW, che di questi temi ha parlato con così tanta frequenza da aver tolto a chiunque ci conosca ogni dubbio sul nostro grado di emancipazione e sulla nostra inclinazione alla libertà di espressione. Ma proprio perché tutto si può dire, magari è anche il caso di iniziare a chiedersi se non valga la pena di scegliere gli argomenti per cui spendere tempo, parole e l’attenzione dei lettori. Sarebbe bello, insomma, far vedere anche altro di noi.
Senza elencarle, ho già affrontato varie delle mie obiezioni. Mi chiedo, tuttavia, ancora una cosa e cioè cosa ssi intenda per Paese reale, definizione che spesso si associa, tra le tante cose, alla passione per il culo. Non credo, in effetti, che il Paese reale sia quello degli appassionati di culi, così come non credo che il “prurito” degli italiani sia questo. È semmai il prurito di una certa parte di italiani, tendenzialmente quella composta da adulti maschi, che intorno a questi temi hanno imbastito presunte battaglie di libertà fuori tempo massimo in nome del politicamente scorretto. C’è tutto un altro mondo, quello dei giovani, che dei culi in spiaggia non ha bisogno di leggere, che anzi non crede più ai giornali e che è stanco di essere trattato da bestia tutta sesso, droga e rock ’n’ roll. Se la terapia per gli sfiduciati dal giornalismo è una cura a base di feromoni, allora a poco vale lamentarsi delle condizioni in cui versa questo Paese. Anche perché alla mancanza di cultura si vuol sopperire, evidentemente, con un'abbondanza di culi.