«C’era stato un periodo, per certi versi esaltante, che adesso ricordava ancora con una certa malinconia, in cui credeva che la narrazione di massa potesse essere in grado di spargere salvifico terrore a piene mani, prima di rendersi conto che, qualsiasi narrazione, per quanto di massa, era e restava un fenomeno di nicchia, destinata a quei pochi che erano ancora in grado di seguire una narrazione… Probabilmente era a causa di questa consapevolezza che Ernesto passava le giornate seduto sul suo letto monacale, in una stanza esplosa (era come se il disordine nel quale viveva avesse un epicentro, e quell’epicentro fosse lui stesso), a guardare il suo computer. Non era una crisi di uno scrittore o una sindrome della pagina bianca, ma l’assenza di senso di una esistenza che in gioventù si era votata a qualcosa che all’improvviso era scomparso» scrive il più grande romanziere italiano in Pastorale siciliana. Ernesto, uno dei 3 protagonisti del suo romanzo, è lui: Ottavio Cappellani. E il suo nuovo romanzo ne dà testimonianza: il romanzo, scritto così, è ancora del tutto in grado di “spargere salvifico terrore a piene mani.” Spece se l’autore è in grado di fare sganassare il lettore dalle risate. D’altra parte, lo scrittore siciliano condivide con i suoi concittadini - greci di Palazzolo Acreide - un amore per la commedia che non perde occasione di opporre al dominante spirito tragico della gran parte dei siciliani (e degli altri italiani). «Raffaella stava spiegando il concetto di “zone” nella permacultura. Nel 1971 Marco van Basten e Pedro Almodovar scoprirono, inventarono, e svilupparono le linee guida della disciplina omeopatica chiamata permacultura… Non era possibile. Ernesto si voltò per vedere la reazione dei partecipanti al corso: annuivano.»
Raffaella e Claudia sono le altre due protagoniste del romanzo. Di cui non sveleremo la trama, se non per dire che sono loro - due estrose ed eccentriche siciliane ospiti fisse di Ernesto nella casa in campagna in cui vive, poco distante da Palazzolo Acreide - che risolveranno il caso creato dall’iniziative di un politico locale il cui ritratto è, al pari delle gesta delle due donne, il cuore della “narrazione capace di spargere salvifico terrore a piene mani” del romanziere siciliano conterraneo ed erede di Teocrito. Per gli amanti della letteratura, l’incipit del romanzo tocca i vertici dei padri greci, della letteratura: «Nella sua testa il Filinone era un’enorme criniera leonina fatta di paglia, una sorta di covone felino e fierino che si agitava immenso, caracollante e scompigliato, nella calura pomeridiana alla ricerca di bambini da divorare. Lo immaginava acquattato dietro i muri a secco di pietra bianca, e poi improvviso ergersi come una folta di vento caldo, guardandosi intorno affamato con le braccia indefinite, allargate, e ghermigliose.» Ma dura poco: Cappellani sono l’amore e il potere che vuole disvelare con Pastorale siciliana. Serve usare il romanzo, e abbandonare ogni inutile stile aulico.
L’amore, è quello per le donne – per l’intelligenza femminile e per la bellezza femminile – a cui solo un uomo che sia cresciuto circondato e amato dalle donne come avviene in Sicilia, specie nella sua parte greca, può attingere nel descriverlo. Lasciamo ai lettori del romanzo il piacere di rileggersi le risposte dei dialoghi frenetici che vedono coinvolte Claudia e Raffaella per capire di cosa parliamo. Il volto osceno del potere è invece quello mostrato da “Zino”, diminuitivo di Enzo: già assessore, naturalmente già “inquisito e poi assolto”, buzzurro e cocainomane. E qui il genio del romanziere sparge con dialoghi esilaranti “il salvifico terrore” di cui necessita per salvarsi tanto il suo che gli altri popoli che compongono, ognuno con i suoi dialetti del Latino, l’Italia. Zino si rivolge alle due ragazze ritrovatesi nude alla fine del romanzo a casa di Zino:
«Il mattone, l’industria del mattone, il boom, la ggente che si arricampava dalle campagne in delle città, in dei paesi, tutta questa edilizia nuova, pensaci, le mattonelle, gli infissi, l’alluminio inodizzato, il mocio vileda, la cucina componibile, autru che campagna! Minchia quanto ci ha rotto la minchia la campagna!
«Finalmmente la ggente se n’è venuta in della civiltà e ha iniziato a votare, e abbiamo fatto le liste, che cosa meravigliosa, i sinnici, gli assessori, la macchina a rate, la lavatrice, la spesa pubblica! Minchia! E lo sai cosa vogliono fare adesso questi cornuti? Ritornarsene nelle campagne. Ma che siamo pazzi?... »
«Zino guardò il whisky famelico, lo bevve velocemente, e si fece quella pista. Fece schioccare la lingua e continuò: ‘Invece ora se ne stanno uscendo con questo smartwatch, no, aspe’, com’è? Ah, sì, smartwork, che praticamente tu te ne stai in campagna, ti metti il pannello solare, ti metti intranet, e te ne vai a vivere come un selvaggio, e poi certo che te ne fotti delle strade, della munnizza, dell’illuminazione pubblica, dei parchi giochi ppe i picciriddi, e poi alla fine sai cosa succede? Che non vanno più a votare, con questa minchia di scusa dell’ecologia sostenibile e del riscaldamento globale di questa minchia, perché qui, in Sicilia, ci abbiamo ‘i mmare e il riscaldamento globale ci può solo venire comodo che l’estate dura di più e lo stabbilimento ci guadagna di più, e ristoranti ci guadagnano di più, e noi che gestiamo tutto quanto ci guadagniamo di più, e ridiamo tutti e siamo tutti contenti! Ma come, sei siciliano, sei fottunato che hai la classe politica lungimirante, e sei contro il riscaldamento globale? Ma che sei pazzo?»
Non c’è però alcuno snobismo nell’aristocratico Cappellani – nobiltà tedesca al seguito di Enrico VI che sposando Costanza, trucidando (e castrando) gli eredi al trono maschi della stirpe Normanna, venne a prendersi il Regno di Sicilia nel 1194 – e la scelta stessa del romanzo come forma letteraria, per giunta in forma di commedia, è una precisa scelta intellettuale di opposizione all’inutilità tediosa della classe intellettuale accademica. E lo scrive, con riferimento alla sua, di classe sociale:
«Raffaella sapeva che agli arricchiti il disprezzo esibito sembra una forma di eleganza (si chiama “snobismo” per questo, era quella forma di altezzosità scarsa adottata dagli studenti non aristocratici – “snob”, da “sine nobilitate” senza nobiltà – per cercare di imitare la nobiltà, che invece dovrebbe essere tutto tranne che snob, ma ci sono arripidduti anche fra i nobili, che vi pare).»
D’altra parte, nel 1961 un altro geniale nobile siciliano di stirpe nordica, Corrado Fatta della Fratta, spigherà in Du snobisme, un chapitre d’Anthropologie la radice della caduta dell’uomo moderno delle società moderne: tutte civilizzazioni ad economia monetaria in cui il denaro “sotto forma a volta di capitale e a volte di rendita”, diventa il segno eloquente di una differenziazione di fatto, e al tempo stesso il veicolo più efficace della mobilità sociale. Il tratto generale dell’uomo moderno, spiega Fatta della Fratta, non è infatti la mancanza di nobiltà del sangue: ma di quella spirituale che crea l’uomo aristocratico: che aborrisce la servitù del denaro allo stesso modo in cui lo aborrivano i Greci, che insediandosi in Sicilia e nel Mezzogiorno italiano vi crearono la civiltà, con capitale Syrákousai.
Cappellani, subito, fa parlare ancora Zino. Ed è di nuovo prosa che si volge in riso:
«“No perché questo paese… un grande futuro… i borghi… a voi sembra… invece… progetti… la comunità europea… la Sicilia al centro del mediterraneo… splendida cornice… piano regolatore… la nuova Miami…” e via delirando. »
Cosa sia poi esattamente il vino “Nero d’Avola” (un vino rosso siciliano che prende il nome dalla cittadina costiera di Avola, poco distante da Syrákousai) invece il romanziere lo fa dire al vecchio mafioso italoamericano che dialoga con Ernesto in un'altra pagina esilarante del romanzo:
«Ernesto mi devi scusare, ma a me il Nero d’Avola mi fa schifo assai. Ogni volta che vengo da queste parti mi costringono a bermelo perché tutti ne parlano un gran bene, e ogni volta continua a farmi schifo. Quello che adesso chiamate Nero d’Avola, prima si chiamava vino di Pachino, era un vino cafone e aggressivo, più di venti gradi, e glielo mandavamo ai francesi che gli tagliavano il loro vino per fargli prendere la gradazione. Era quel vino che se uno se lo beveva ad agosto a pranzo e poi, dopo pranzo, picchiava la moglie, i figli e pure il cane. E io, ogni volta che assaggio il Nero d’Avola sento questo retrogusto di uomini che picchiano le donne e fieno greco. Carmelo? »
È un romanzo entusiasmante, questa Pastorale siciliana. Che è stata donata a Cappellani, e da lui ai lettori di oggi e di domani, dal suo trasferimento in campagna. Che fa raccontare, grato, ad Ernesto come sia avvenuto.
«Quando Ernesto, nel periodo precedente al suo trasferimento in campagna, giaceva in un letto sfatto pisciando nelle bottiglie di plastica perché la depressione gli sconsigliava persino di alzarsi dal letto per raggiungere il bagno di casa, era stato proprio Vito a convocare Raffaella e Claudia con l’idea per un trasferimento in campagna e di un campeggio che aveva descritto pressappoco con le seguenti parole: “Un campeggio non proprio new age…avete presente Greta Thunberg? Ecco, adesso immaginatela quarantenne e divorziata. Lei è la nostra cliente-tipo».
Poi ci sono tre africani migranti. E qui Cappellani si supera: perché invece di farli parlare, li fa pensare. Ne trascrive cioè i pensieri senza le virgolette del romanziere. E c’è, infine, ubiqua attraverso tutte le 304 pagine del romanzo, la ragione per cui il genio di Palazzolo Acreide cresciuto a Catania lo ha scritto: i suoi lettori.
Che sono i suoi “amici”. Ma non nel senso dei suoi conoscenti amici. Quanto, esattamente, nel senso che spiegato Cristo:
«Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi.» (Gv., 13-15).
Il che spiega anche perché Cappellani, romanziere tradotto in 25 lingue, abbia deciso prima di rimanere a vivere in Sicilia. E poi persino di trasferirsi in campagna: doveva scrivere per i suoi “amici”, che non sono solo i suoi conterranei, o anche solo gli altri italiani. Ma proprio tutti gli uomini, nel senso proprio della letteratura greca e poi europea: nata fin dal principio per essere universale. Ragione per la quale il Vangelo sarà, appunto, scritto soltanto in Greco. Sono passati 45 anni da quando un altro figlio geniale della Sicilia greca, faceva pubblicare a Milano una raccolta di canzoni in lingua italiana senza precedenti.
Strano e ancora oggi non pienamente compreso, pure il titolo del disco: La voce del padrone. Siamo nell’epoca “digitale”, di cui pure Pastolare siciliana svela il ridicolo con i corsi su tutto che si tenevano al campeggio utilizzando i video su YouTube (“Li hai visti, gli alieni? No, non li ho visti, ma c’era una conferenza su YouTube in cui descrivevano il loro aspetto e la loro altezza”). A differenza del 1981, in cui era necessario avere un giradischi o un “mangianastri” per ascoltare la musica registrata su cassette magnetizzate, oggi basta utilizzare il proprio telefono cellulare collegato ad internet per ascoltare le canzoni del capolavoro di Battiato. Fatelo mentre leggete Pastorale siciliana. E ascoltate bene, quando Franco attacca “Bandiera bianca. Summer on a solitary beach” che poi è la stessa spiaggia poco distante dal campeggio “Il Carrubo“ usata dai protagonisti del romanzo:
“Mr. Tamburino, non ho voglia di scherzare
Rimettiamoci la maglia, i tempi stanno per cambiare
Siamo figli delle stelle e pronipoti di sua maestà il denaro
Per fortuna il mio razzismo non mi fa guardare
Quei programmi demenziali con tribune elettorali
E avete voglia di mettervi profumi e deodoranti
Siete come sabbie mobili: tirate giù, uh-uh-uh
C'è chi si mette degli occhiali da sole
Per avere più carisma e sintomatico mistero”.
Poi, pensate a “Zino” e agli altri come lui – migliaia in tutta Italia - “che si mette gli occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico e mistero” prima di andare intervenire in “programmi demenziali con tribune elettorali”. Ridendo, avrete compreso come entrambi i geni - quello di Palazzolo Acreide e l’altro di Mascali (mai “Jonia”, “Riposto”, o altri nomi fantasiosi), che poi si potrebbe finalmente abbandonare i nomi in volgare, e tornare a usare il Greco: Ákrai e Maschalis – abbiano in pieno servito il medesimo fine della vera letteratura: “Spargere salvifico terrore a piene mani”.