Hai sempre Guccini in bocca e sei di destra? Ci sono cresciuto con questa domanda. Quella che più di qualunque altra mi ha fatto incazzare, per tutta la vita. Come se l’espressione suprema dell’arte, la parola, avesse una bandiera da mettere in mano ai suoi stessi maestri. Ok, premessa lunga perché non ce la faccio neanche a scriverlo. Ma c’è da farlo: Francesco Guccini è morto. Aveva 86 anni e bla bla bla. Fanculo! Che lo scrivano gli altri il coccodrillo per il maestrone di Pavana. Qui, su MOW, leggerete il coccodrillo avvelenato. Avvelenato come era avvelenata L’avvelenata prima che diventasse moderata e si trasformasse in Addio. “Addio”, adesso, ce l’ha detto veramente. E “vorrei” è quasi l’unico titolo che esce. Non perché quella canzone, vorrei, fosse tra le sue migliori, anzi: c’entrava niente con lui. Ma perché “vorrei” è il verbo di quando non puoi più e, appunto, vorresti. Caz*o, Francesco Guccini è morto. La poesia inzuppata nel Lambrusco dentro le pause di uno Scopone, di un Tresette, o addirittura di Farfa Sgalbedrato (vi sfido, non sapete cosa è perché non conoscete Guccini come lo conosce lo stronzo di destra che firma questo pezzo) è morta. La parola, nel suo esercizio supremo di giocoleria altissima, da oggi è orfana. Roba di circostanza? Può essere, ma non è che quando ti vengono da dire cose che poi possono risultare “di circostanza” hai il dovere di tacerle. L’importante è sapere che non lo sono. Tanto, cari miei, ci “sarà sempre un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete a sparare caz*ate!”. O magari una prof di matematica al Liceo Classico che ti fa sospendere solo perché nella sua inutile ora di numeri ti sei alzato per stare preciso alle nove davanti al negozio di dischi per prendere la prima copia di D’amore, di morte e altre sciocchezze. Oh prof, la prossima volta non ce vengo per niente a scuola e faccio direttamente seghino. Tanto da grande farò il giornalista “e chi fa il giornalista si vergogna!”.
Francesco Guccini è stato pane. Francesco Guccini è stato l’aperitivo alla grande Letteratura, alla scoperta di quell’Odysseus che per tutti oggi è un film e invece è pure una canzone che sintetizza ciò che Omero ha dovuto raccontare in libri e libri: “Il mio cuore e al sommo di ogni cosa l’anima mia che è contadina”. Eccola là, la semplicità di chi non ha bisogno di sembrare profondo perché conosce il peso, il valore e la capacità ascetica di ciò che è Dio (che è morto, ma non è putrefatto) veramente: “L’incertezza che è possibilità e il dubbio assiduo che è l’unica ragione”. Magari fino a “perdersi nel gusto del proibito, sempre più in fondo”. Cosa fa rabbia? Che oggi Francesco Guccini è morto e tutti vorranno mettergli sopra il cappello. Un mantello. O, peggio ancora, una bandiera che lui, al massimo, avrebbe usato per pulirsi il culo, ammettendo di “godere molto di più nell’ubriacarsi, oppure a masturbarsi, al limite a scopare” o “a mantenersi vivo”. Come si mantiene un uomo che ha imparato ad amare persino “il vivere in provincia”, trasformandolo in ricchezza e orgoglio piuttosto che in limite e dimostrando che Gulliver siamo tutti mentre perdiamo di vista persino la ricchezza autentica di un “frate che vive di stracci e stranezze”. Spengo tutto. Non voglio leggere niente. Già lo immagino quello che diranno. Quello che faranno. Come piangeranno tutti quelli che di Francesco Guccini, immenso burattinaio di parole, hanno capito solo ciò che gli faceva comodo. Con le loro “glorie vuote da coglioni” che non vogliono accettare che pure in un giorno così, mentre arriva la bastonata di sapere che nemmeno Francesco Guccini c’è più, rimane solo una domanda da farsi per arrivare a domani da piccoli uomini in piccole città. Che poi è la stessa domanda di ogni giorno: “Che oroscopo sai trarre questa sera, mago?”