“Molti dolori patì sul mare”. Così Omero, o chi per lui, presenta Ulisse nei primi versi dell'Odissea, prima ancora dei mostri, insomma il vero mostro dell'Odissea è il mare. È il mare a separarlo da Itaca, a metterlo alla prova, a decidere se concedergli un approdo o inghiottirlo per sempre. Christopher Nolan sembra averlo capito meglio di tanti adattamenti che lo hanno preceduto. Per questo la sua Odissea non è soltanto un film ambientato sul mare: è un film costruito dal mare. Se c'è una sequenza che lo dimostra è la gigantesca tempesta che segue l'eccidio dei buoi del Sole. Non è semplicemente uno spettacolo di onde e fulmini, ma una dimostrazione di come Nolan continui a pensare il cinema come esperienza fisica prima ancora che digitale. Il regista ha scelto di girare il più possibile in mare aperto, utilizzando imbarcazioni reali, scegliendo luoghi naturali (tra cui l’isola di Favignana, dove ha ambientato Itaca) e limitando il green screen allo stretto necessario. Una scelta che restituisce al Mediterraneo la sua natura più autentica, non quella di uno sfondo neutro o da cartolina, ma una forza viva, ostile e imprevedibile. Qui entra in gioco anche il formato Imax, che Nolan continua a difendere come nessun altro regista contemporaneo. La grandezza del fotogramma non serve soltanto a rendere tutto “più grande” (ed a ringalluzzire l’ego del regista). Serve a restituire le proporzioni in grande scala. Durante la tempesta il pennone della nave può occupare l'intera inquadratura senza essere schiacciato dalla prospettiva, mentre uomini, vele e onde convivono nello stesso quadro. Lo spettatore percepisce finalmente la scala reale della nave, la sua fragilità, la sensazione che basti un colpo di mare per trasformarla in un relitto. È un dettaglio apparentemente tecnico, ma cambia completamente il modo in cui viviamo quella scena. E poi c'è Calipso. Francesco Alò sul suo canale YouTube l'ha definita giustamente una sorta di terapista calata nel film Laguna Blu, interpretata da una Charlize Theron che sembra una nuotatrice olimpica sudafricana. Ed è difficile dargli torto. Nolan la immerge in un paradiso di spiagge abbacinanti, acqua trasparente e luce tropicale, come se l'Odissea si prendesse una vacanza ai Caraibi. Viene quasi voglia di chiedersi: ma chi glielo fa fare a Ulisse di ripartire? È qui che il mare cambia ancora volto. Non è più quello dei marosi di Poseidone che sbriciolano quei fragili gusci di noce che noi mortali chiamiamo barche. È il mare questo del sale sulla pelle, del sole che non tramonta mai, dell'acqua così invitante da farti dimenticare perfino Itaca: perché nell'Odissea perfino il paradiso è una trappola. Il rischio non è soltanto morire in mare ma è dimenticare perché stavi navigando.
Anche le altre grandi sequenze marine seguono questa logica. L'isola delle Sirene appare come un luogo sospeso, seducente proprio perché sembra promettere pace dopo settimane di navigazione. L'attraversamento di Scilla e Cariddi, invece, diventa un crescendo di tensione in cui Nolan privilegia il senso dello spazio e della rotta rispetto al semplice spettacolo del mostro. La Scilla aracnoide forse non diventerà una delle creature più memorabili del cinema contemporaneo, e la CGI non sempre compie miracoli in questo caso, ma conta relativamente. Perché il vero mostro continua a essere il mare che la circonda, il vortice che costringe Ulisse a scegliere quale parte dell'equipaggio sacrificare pur di sopravvivere. Nolan aveva già raccontato il mare in Dunkirk, dove l'acqua era insieme via di fuga e condanna. Qui torna a quel linguaggio, ma lo porta dentro il mito. Il Mediterraneo dell'Odissea non è quello dei reel delle vacanze. È un mare arcaico, oscuro, quasi primordiale, dove ogni approdo può trasformarsi in una trappola e ogni orizzonte nasconde una minaccia. È un mare che cambia carattere di continuo: un momento ti invita a fermarti, quello dopo prova a divorarti. Più da saga fantasy norrena, che da crociera antica nell’azzurro Mediterraneo per capirci. Ed è forse questa l'intuizione più felice del film.
Per Omero il mare non è mai soltanto un ambiente: è un personaggio. Ha un carattere, un umore, una memoria. È il luogo dove gli dèi parlano attraverso il vento, dove ogni onda può diventare una sentenza di Poseidone. Nolan non prova ad addomesticarlo né a trasformarlo in un fondale digitale perfetto. E gli dèi non li vediamo quasi mai. Forse perché non esistono. O forse perché, come nella vita, non importa se esistano davvero: basta che gli uomini continuino a comportarsi come se esistessero. Il Ciclope è il mostro che tutti ricordano. Il mare è quello che Ulisse non riesce mai a sconfiggere, e sul quale, per onorare la profezia di Tiresia (“Prendi un buon remo e cammina finché incontrerai uomini che non conoscono il mare e non mangiano cibo condito con il sale; uomini che non sanno nulla di navi dalle guance vermiglie né di remi, ali delle navi”), dovrà perfino tornare. Christopher Nolan l'ha capito. Per questo la sua Odissea non è soltanto un kolossal mitologico: è una grande ballata del mare salato, dove ogni onda è una prova, ogni approdo una promessa e ogni tempesta il prezzo da pagare per tornare finalmente a casa.