Elon Musk è talmente visionario che è riuscito a farci rimpiangere gli effetti speciali del 1958, quelli del ciclopone de Il settimo viaggio di Sinbad che oggi sembra più vivo del suo trailer generato con Grok. Non perché fosse più realistico, anzi, quel ciclope mostra tutti i fili, tutte le giunture, tutti i limiti di quella stop motion. Ma dietro quel pupazzone, adorabile, c'era qualcuno che aveva immaginato un mostro. Dietro Grok, invece, c'è qualcuno che scambia un prompt per una poetica. E infatti il risultato non è cinema: è soltanto l'ennesimo tweet in formato AI slop.
Negli ultimi mesi il patron di xAI ha trasformato l'Odissea di Christopher Nolan in un bersaglio personale. Prima le polemiche sul casting, soprattutto per la scelta di Lupita Nyong'o, poi gli attacchi a chiunque difendesse il progetto, fino ad arrivare giustappunto a pubblicare un trailer "epico" realizzato con Grok, lasciando intendere che un film generato dalla sua intelligenza artificiale possa ormai competere con Hollywood, soprattutto con l’Hollywood “woke” di Nolan. Beh, questa è la dimostrazione perfetta di quanto oggi basti un algoritmo per produrre immagini sicuramente spettacolari. Ed è anche la dimostrazione di quanto questo, da solo, non basti.
Il trailer di Musk sembra un gigantesco catalogo di cose che abbiamo già visto: elmi, tramonti, mantelli, guerrieri scolpiti nel marmo digitale. È tutto “al posto giusto” eppure non c'è niente. È il problema di molto AI slop: riconosci tutto, non ricordi niente. A confronto viene quasi voglia di riguardare Troy del 2004. Almeno Wolfgang Petersen, nella sua totale mediocrità, aveva preso una posizione, aveva scelto un'estetica, aveva deciso che Troia dovesse avere un volto. Poi magari aveva sbagliato quasi tutto, trasformando l'epica sporca e tragica di Omero in una copertina patinata. Ma aveva scelto una direzione.
Nolan, invece, ancora non sappiamo nemmeno se abbia fatto centro. E va benissimo così, visto che il film non è ancora uscito. Ma dai trailer pare evidente che abbia fatto una scelta di campo, sia come immaginario, sia come estetica appunto sia come messa in scena generale. Perché il punto non è difendere Nolan a prescindere. Ha firmato alcuni dei blockbuster più importanti degli ultimi vent'anni e altri decisamente meno convincenti. Ha un ego enorme e spesso ama spiegare il proprio cinema con la stessa enfasi con cui lo gira. Ma resta un autore, uno che prende decisioni, uno che ha un occhio, una testa e un cuore. Finché non vedremo l'Odissea non sapremo se avrà sbagliato tutto oppure no. Ma almeno sappiamo che dietro ogni scelta c'è un'idea.
È curioso che gran parte delle polemiche si sia concentrata sul casting. Ma Omero non è un catalogo di figurine Panini. L'Odissea è popolata da personaggi che, prima ancora di essere personaggi, sono icone. Elena di Troia è il simbolo stesso della bellezza che cambia il destino del mondo. Atena è un'idea, Circe è un'immagine, Calipso è una promessa, Polifemo è la materializzazione del mostruoso. Per questo giudicare oggi se un'attrice "sia" Elena ha poco senso. La domanda dovrebbe essere un'altra: Nolan riuscirà a trasformarla in Elena?
Il cinema è pieno di esempi. Monica Bellucci, in Beetlejuice Beetlejuice, non offre certo la prova attoriale della vita. Eppure è perfetta. Perché quel personaggio aveva bisogno di un corpo che riempisse l'inquadratura, di un volto che fosse già racconto, di una presenza scenica che fosse iconica ancora prima di parlare (e queste cose Tim Burton le sapeva, perché è un autore, non un algoritmo). Bellucci, lì, non interpreta tanto un personaggio quanto un'icona con la sua “sola” presenza che basta a modificare l'inquadratura. È questo che Musk sembra non capire: l'intelligenza artificiale sa ricombinare immagini, un autore costruisce immaginario. O, se preferite una parola più antica, fa mitopoiesi. Tipo quello che ha fatto Omero o chi per lui, se ci pensate bene.
Non è un caso che una delle notizie più affascinanti sull'Odissea di Nolan riguardi Polifemo. Secondo le indiscrezioni il ciclope è stato realizzato attraverso un gigantesco animatronic, non soltanto con la computer grafica (di cui comunque la sua Odissea farà uso, ovviamente). Una scelta quasi anacronistica eppure profondamente cinematografica. Perché un mostro costruito davvero occupa uno spazio, pesa, riflette la luce, costringe gli attori a guardarlo negli occhi. In fondo è lo stesso motivo per cui, ancora oggi, gli scheletri animati da Ray Harryhausen ne Gli Argonauti continuano ad avere più fascino di migliaia di creature digitali perfette. E, soprattutto, sono infinitamente più memorabili del trailer di Grok.
Quel trailer dimostra che oggi possiamo generare qualunque immagine. Ma il cinema non è mai stato una questione di immagini. È sempre stato una questione di sguardo. Per questo Omero non appartiene all'algoritmo che riesce a riprodurne meglio l'estetica. Appartiene a chi, tremila anni dopo, trova ancora un modo nuovo per raccontarlo.