Un bacio rubato ad un’Alba Parietti tredicenne (“già bellissima”) quando lui, Marco Rizzo, faccia tosta e capelli folti, di anni ne aveva poco più di quattordici. Gli odori e i colori della curva nell’anno dello Scudetto granata 1975-1976, quando Fiat e Torino erano un tutt’uno, un corpus metallico e politico trasudante fatica e passione ideologica. E poi Putin, l’immigrazione, l’universo Woke, quella “gnocca” che gli fa fare il pieno di like perché “i miei post più superficiali fanno milioni di visualizzazioni, un’analisi della manovra finanziaria se la filano in tre”.
Marco Rizzo, 67 anni e un passato di comunismo militante alle spalle (il passato che lo ha portato a Roma: onorevole Rizzo), l’altra sera era “Sovrano del ring” al Teatro della Quattordicesima di Milano: 12 round per urlare come la pensa. Lotta, autobiografia, aneddotica speziata. Una visione sovrana e popolare per un’Italia che così, preda di questa destra e questa sinistra, va a fondo.
Prima del ring, prima di lunghe camminate avanti e indietro per un palco che è stata culla di memorie e dichiarazioni, l’allarme di Modena.
“Modena è la prova che l’integrazione non ha funzionato. Al di là di tutti i dettagli in gioco, il tema è che l’integrazione ha fallito. Si cerca di coprire, in qualche modo, la matrice del gesto. Se è solo pazzo, perché non è stato fermato prima? Perché per un evento del genere si sono mosse tutte le più alte cariche del Paese? C’è una situazione generale che può esplodere. Quante persone, per evitare di apparire razziste, non dicono ciò che pensano? La maggioranza di questo Paese ritiene che una situazione simile non sia più sostenibile. Se non cambiano i rapporti economici con le nazioni africane da cui provengono gli immigrati – che non possono più essere un rapporto di rapina – arriveranno a milioni”. Il suo “l’Africa agli africani”, così spiegato (smettiamola di depredare il terzo mondo perché poi quel mondo continuerà a tornare qui esigendo un conto sempre più alto), suona meglio di quel vecchio “aiutiamoli a casa loro” leghista, ma siamo lì. Però Rizzo non potrebbe mai fermarsi a una questione etnico-geografica. Marx scalpita, sotto. Le sue analisi, quelle intuizioni che sembravano quasi preconizzare la lenta o veloce discesa (a seconda dei punti di vista) verso un mercato libero senza regole.
“Le élite mondiali vogliono un esercito industriale di riserva, per dirla con Karl Marx, che abbatta i diritti dei lavoratori autoctoni e uno stato sociale già allo stremo. Così il ceto medio precipita e la classe lavoratrice continua ad arrancare. Chi prospera, già lo sappiamo. E se pensiamo che all’orizzonte c’è l’IA, il futuro è peggio di “Blade runner”. Altro che Meloni, qui serve un blocco totale e politiche diverse per chi già risiede qui. Assimilazione e non integrazione: arrivi, ti comporti male, vai via. Non è possibile costruirsi enclave dove la polizia e lo Stato non entrano”.
Mentre nel pomeriggio di sabato 16 maggio, Salim el Koudri si lanciava in auto sulla folla, a Londra sfilavano contemporaneamente due fiumane umane ben contrapposte (l’estrema sinistra pro-Pal e l’estrema destra guidata da Tommy “Ten names” Robinson), promotrici di un’idea opposta di Regno Unito (neanche a dirlo, con i migranti al centro), ma convergenti su un unico punto: la spietata critica al governo di Keir Starmer. Da noi, l’eco di quelle due enormi proteste è stato ovviamente ovattato dalla tragedia di Modena, ma chi ha teso un orecchio a ciò che accadeva dalle parti di Trafalgar Square è stato percorso da brividi freddi: prove tecniche di guerra civile?
“Non credo che le due grandi manifestazioni di Londra siano necessariamente l’annuncio di qualcosa di tragico. Perché il tema vero non è più il conflitto orizzontale”. Rizzo rientra subito in Italia, è qui del resto che fa politica: “Destra e sinistra fingono di essere alternative per continuare a spartirsi la cosa pubblica. Ma il conflitto dev’essere verticale: il popolo – artigiani, piccola e media impresa, professionisti, dipendenti pubblici, partite Iva, uniti alla classe lavoratrice – contro le élite. Invece destra e sinistra si dividono scranne e quotidiani. La Stampa antifascista? Suvvia… La Stampa è stata fascista quando c’era il fascismo, democristiana quando governava la DC, ora è il foglio mainstream che sostiene le élite economico-finanziarie mondiali. Ricevere lezioni di Storia da questa gente è risibile”. Italia, terra di grandi cibi, di ricette che, secondo tradizione, suscitano nel turista straniero trionfali entusiasmi. Eppure… “Immaginate l’Italia come un panino dove la farcitura è il popolo. Schiacciato, dall’alto, dalle multinazionali che non pagano le tasse, dalle delocalizzazioni, dalle banche che guadagnano sempre di più (143 miliardi negli ultimi tre anni, ogni anno il doppio di una legge finanziaria). Sotto, questa massa di migranti che non solo provoca un abbassamento di diritti e salari, ma anche un diffuso senso di insicurezza (rispetto a quest’ultimo punto i dati sono eloquenti)”. Neanche a farlo apposta, proprio mentre sto scrivendo, il video dei maranzini dell’Itis che a Parma aggrediscono il professore fa il giro dei social. Benzina sul fuoco. La sensazione che le cifre, i numeri e i dati, talvolta elargiti dalla politica tutta con malcelata malafede, pur costituendo un irrinunciabile punto di partenza per provare almeno a capirsi, poco possano contro immagini che vengono commentate, condivise, decontestualizzate alla velocità della luce. Liberando voci frustrate. Vessate. Impotenti.
Rizzo lotta e soffre, in teatro. Gesticola, parla, unisce i puntini. E soffre. Due guantoni rossi in mano, la camminata dal ritmo costante del combattente che sceglie un palco per proporre una visione e una reazione. Dietro le spalle, visuals e fotografie, come quella che lo immortala, sorridente, mentre stringe la mano di Fidel Castro (“Su una scala da 0 a 100, quell’uomo aveva 500 in carisma”). Pensa, inquieto, a un’Italia che non fa più figli, a una sinistra “che ha trasformato i diritti in desideri”, che un tempo sarebbe inorridita di fronte a questa idea che “se io voglio un figlio, posso pagare una donna povera dall’altra parte del mondo che non conoscerà mai il frutto del suo ventre. Nei Comuni italiani c’è un regolamento: non posso vendere un cane prima che il cucciolo compia tre mesi di età, perché si ritiene che strapparlo alla madre crei problemi seri. Ecco, questo discorso vale per i cani, ma non per i bimbi. E accettiamo la mercificazione del corpo della donna e del bambino. Accettiamo che una famiglia ricca scelga comodamente da un catalogo. Il colore dei capelli che vuole, il colore degli occhi che desidera”.
A Milano, Rizzo ci ha detto chi è stato: “Vengo da una politica forte. Craxi faceva fare anticamera ad Agnelli, oggi vedi il ministro Antonio Tajani che quando riceve Elon Musk è tutto curvo, pronto a inginocchiarsi. La mia sinistra operaia, quella di Enrico Berlinguer, non c’è più. Ricordo ancora i nomi di quegli operai, gente con la terza media, al cui fianco marciavo. Gente dotata di una capacità di approfondimento, una conoscenza dei processi produttivi, una cultura della vita, che scelsi al posto dei seminari di Norberto Bobbio che seguivo all’università”. Anche di intellettuali coraggiosi ne individua pochi: “Pietrangelo Buttafuoco non si è fatto schiacciare dalla russofobia. Da presidente della Biennale di Venezia, ha saputo tenere duro alle pressioni del governo, alle pressioni dell’Unione Europea, alle minacce, e ha saputo riproporre quella che era la funzione della Biennale, una storia di dialogo, anche tra aree in conflitto. Andrebbe valorizzato, ma in un Paese che ha avuto come ministro degli Esteri Luigi Di Maio, la vedo dura”.
L’età, la malattia, la guerra, il futuro. E una morbidezza finale figlia di traiettorie un po’ malinconiche sospese tra saggezza e autocritica: “Senza il nucleo della famiglia – quello che la sinistra da secoli avversa, a partire dalle analisi di Engels, e oggi l’ideologia Woke vuole distruggere –, in Italia ci sarebbero otto milioni di poveri in più”.