Tralasciamo ogni giudizio, commento o appunto tecnico sul nuovo film di Christopher Nolan appena arrivato nelle sale cinematografiche italiane. A parlare bene (anzi: benissimo) di Odissea ci hanno già pensato fior di esperti e critici entusiasti del ritorno dell'epica sul grande schermo. In questa sede non vogliamo andare contro corrente, né demolire il meritato successo di una pellicola di quelle come non se ne vedevano da un pezzo. Vogliamo semmai illuminare l'altra faccia della Luna, e cioè capire perché la realizzazione dell'opera abbia fatto letteralmente incaz*are attivisti, organizzazioni varie e alcune popolazioni africane. La spiegazione risiede nei luoghi in cui è stato girato Odissea. Alcuni erano, e sono ancora oggi, territori contesi al centro di non irrilevanti controversie geopolitiche. È il caso della città di Dakhla, nel Sahara Occidentale occupato dal Marocco da mezzo secolo ma rivendicato dal Fronte Polisario, sostenuto dall'Algeria, attraverso la Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi. Un bel bordel*o che non interessa certo a Nolan ma che vale la pena raccontare.
I Sahrawi, popolo nomade di origine arabo berbera e nativo del Sahara Occidentale, sono letteralmente inorriditi dal fatto che alcune scene di Odissea – un film che tra l'altro parla di temi come lo sradicamento, la separazione familiare, il tradimento e l'angosciante, lunga decenni, lotta per tornare a casa - siano state girate sulle terre che rivendicano da anni. Più che inorriditi, i Sharawi sono incazzati che qualcuno sia riuscito a raccontare l'Odissea a casa di chi un'altra Odissea la vive da tempo immemore. “Mentre sfruttatori stranieri di ogni genere depredano impunemente i minerali fosfatici, la sabbia, il pesce e i pomodori del Sahara Occidentale, mercificando i nostri venti, la nostra luce solare e i nostri pittoreschi paesaggi desertici, noi, gli indigeni Sahrawi, stiamo diventando una minoranza nella nostra stessa terra, sistematicamente emarginati, messi a tacere e privati dell'accesso alla terra che abbiamo percorso come nomadi per secoli”, ha scritto Mohamed Sleiman Labat sul Guardian. Andiamo con ordine. Il Sahara Occidentale, ex colonia spagnola, è al centro di una disputa irrisolta dal 1975, quando la Spagna si ritirò e il Marocco ne assunse il controllo della maggior parte del territorio. Le Nazioni Unite continuano a classificarlo come “territorio non autonomo”, mentre il Fronte Polisario rivendica l'indipendenza attraverso la Repubblica Araba Saharawi Democratica, riconosciuta da oltre 40 Paesi e membro dell'Unione Africana.
Una parte della popolazione saharawi vive nei campi profughi in Algeria e il territorio è diviso da un muro fortificato lungo circa 2.700 chilometri. A peggiorare la situazione, Amnesty International e l'Alto Commissariato Onu per i Diritti Umani hanno documentato accuse di intimidazioni, sorveglianza e restrizioni nei confronti di giornalisti, attivisti e sostenitori dell'autodeterminazione, accuse respinte da Rabat (e, a quanto pare, non valide per chi deve girare kolossal internazionali). In ogni caso, alcune associazioni cinematografiche e gruppi per i diritti umani hanno criticato la decisione della produzione di Odissea di girare alcune scene a Dakhla, ritenendo che questo abbia contribuito a legittimare il controllo marocchino sul territorio conteso. Il Western Sahara International Film Festival ha fatto sapere che la produzione del fi lm “contribuisce alla repressione del popolo saharawi da parte del Marocco” e favorisce “gli sforzi del regime marocchino per normalizzare l'occupazione del Sahara occidentale”. Mamine Hachimi, attivista Sahrawi, ha invece dichiarato a Middle East Eye che il lavoro effettuato è un “atto di complicità culturale” e che filmare nel territorio “senza il consenso del popolo Sahrawi diventa parte di quel sistema di repressione”. Siamo di fronte a un'Odissea geopolitica molto più complessa di quella epica.