C'è una cosa che oggi è quasi impossibile spiegare a chi è nato dopo gli anni Novanta: prima di Alberto Angela, prima che la divulgazione diventasse cool, prima che i social trasformassero gli esperti in improbabili sex symbol, nessuno pensava che un paleontologo potesse essere sexy. Poi arrivò Steven Spielberg che con Jurassic Park riuscì in un piccolo miracolo culturale: trasformare tre scienziati nelle rockstar più affascinanti del pianeta. Sam Neill era il paleontologo con il cappello da cowboy e quell'aria da professore che preferirebbe stare davanti a uno scheletro di velociraptor piuttosto che a una telecamera, Laura Dern era la paleobotanica capace di rendere irresistibile persino una discussione sulle felci del Cretaceo, mentre Jeff Goldblum era semplicemente Jeff Goldblum, il caos fatto uomo, il matematico che riusciva a flirtare parlando di teoria del caos come se fosse la cosa più sensuale del mondo. Molto prima che Alberto Angela ci ricordasse quanto la competenza possa essere seducente, Spielberg aveva già dimostrato che il cervello poteva rifilare ai bicipiti un elegantissimo sei-zero, sei-zero, sei-zero. Anche perché aveva intuito qualcosa che oggi Hollywood sembra aver completamente dimenticato: gli eroi non devono necessariamente sembrare supereroi. All'inizio degli anni Novanta il modello era ancora quello di Stallone, Schwarzenegger, Van Damme, uomini costruiti come monumenti che risolvevano ogni problema a colpi di mitragliatrice; Spielberg, invece, affida il blockbuster destinato a cambiare il cinema commerciale a un uomo che passa le giornate a scavare fossili, discute di paleontologia con la stessa passione con cui altri parlano di calcio, guarda i computer con sospetto e considera i bambini poco più di una fastidiosa complicazione biologica. È lui in fondo quello che, davanti a un ragazzino troppo sicuro di sé, gli spiega come un velociraptor non ti ucciderebbe frontalmente, ma arriverebbe di lato, “come fanno gli uccelli”. Per un'intera generazione è stata la lezione di zoologia più memorabile mai ricevuta al cinema.
È qui che il personaggio smette di essere soltanto un protagonista e diventa qualcosa di più. Non era infatti bello secondo i canoni classici dell'action hero, non aveva il fisico scolpito né il sorriso smagliante del protagonista hollywoodiano, eppure emanava qualcosa di molto più raro: l'intelligenza. Era uno di quegli uomini che sembrano sapere sempre qualcosa che tu ancora ignori, e che non hanno alcun bisogno di ostentarlo. In un'epoca in cui il cinema celebrava la forza fisica, Alan Grant trasformava la competenza in erotismo. E all'improvviso sapere le cose diventava molto più eccitante che spaccarle. Ancora più sorprendente era il fatto che Grant non fosse nemmeno costruito come un personaggio rassicurante. Spielberg, seguendo Crichton autore del libro da cui è stato tratto il film, gli concede un difetto enorme, quasi scandaloso per il protagonista di un kolossal del 1993: non sopporta i bambini. Li evita, li guarda con insofferenza, li considera un impiccio. È una caratteristica quasi impensabile nel cinema familiare americano di quegli anni, dove ogni adulto positivo finiva inevitabilmente per sciogliersi davanti a un bambino. Alan Grant no. Ed è proprio per questo che il suo arco narrativo funziona così bene. Quando decide di proteggere Tim e Lex non lo fa perché scopre improvvisamente il proprio istinto paterno, ma perché capisce che prendersi cura di qualcuno è una responsabilità, non un talento innato. Rimane burbero, ironico, poco incline alle smancerie, ma quando arriva il momento mette il proprio corpo davanti ai dinosauri senza pensarci due volte. È un eroismo silenzioso, adulto, infinitamente più credibile di qualsiasi posa muscolare.
Perché Sam Neill aveva capito una cosa fondamentale: gli eroi non devono essere perfetti, devono essere credibili. Non era un uomo invincibile, ma uno che osservava, ragionava, sbagliava, si spaventava e poi, nonostante tutto, agiva. Era un protagonista che salvava gli altri prima con la testa e solo dopo con il coraggio fisico. Una qualità che oggi sembra quasi rivoluzionaria, in un cinema sempre più popolato da corpi scolpiti e personaggi progettati come action figure. Forse è anche per questo che la sua carriera è sempre stata così difficile da rinchiudere dentro un'unica etichetta. Jurassic Park lo ha trasformato in un'icona globale, certo, ma ridurlo al dottor Alan Grant significa dimenticare uno degli attori più eleganti della sua generazione. Basti pensare a Lezioni di piano, il capolavoro di Jane Campion, dove interpreta Alisdair Stewart con una misura quasi dolorosa. In un film dominato da silenzi, desideri repressi e passioni che esplodono senza bisogno di parole, Neill costruisce un personaggio lontanissimo dal classico antagonista. Stewart è goffo, incapace di comprendere davvero la donna che ha sposato, soffocato da un'educazione sentimentale che non gli ha mai insegnato cosa significhi amare senza possedere. Le sue azioni diventano anche terribili, ma Jane Campion e Sam Neill evitano sempre la scorciatoia del villain monodimensionale: fanno di lui un uomo tragico, incapace di uscire dalla gabbia del proprio tempo. Lo stesso talento riaffiora ne L'uomo bicentenario, dove interpreta Richard Martin, uno di quei personaggi che, sulla carta, sembrano semplicemente funzionali alla storia di Andrew, il robot interpretato da Robin Williams. E invece Neill riesce a dare spessore anche a quel ruolo, portando in scena quella normalità che è sempre stata il suo più grande superpotere. Perché Sam Neill non aveva bisogno di rubare la scena: la abitava. Bastava uno sguardo, una pausa, una battuta pronunciata con quella sua ironia appena accennata per rendere vivo anche il personaggio più ordinario. E non scordiamoci oltre ai film già citati anche Possession di Andrzej Żuławski, probabilmente il melodramma horror più folle mai girato, dove Neill dimostrava di poter passare dall'eleganza al delirio con una naturalezza impressionante.
Ed è forse questo il motivo per cui Alan Grant continua a funzionare così bene anche oggi. In un'epoca in cui Hollywood sembra convinta che ogni protagonista debba diventare un meme, una macchina da battute o un semidio invincibile, Sam Neill ci ricorda un'altra idea di mascolinità: una mascolinità che non passa dai muscoli ma dalla competenza, dalla calma, dalla curiosità. Un uomo che preferisce ascoltare piuttosto che imporsi, osservare piuttosto che esibire, spiegare piuttosto che urlare. In fondo, è questo il lascito più curioso di Jurassic Park. Non soltanto aver rivoluzionato gli effetti speciali o il cinema spettacolare, ma aver convinto un'intera generazione che sapere le cose fosse affascinante. Che una persona capace di riconoscere un fossile, discutere di evoluzione o distinguere un velociraptor da un deinonychus potesse risultare infinitamente più magnetica di qualcuno che passava la giornata in palestra.
Molto prima che Alberto Angela diventasse il volto più pop della divulgazione italiana, Sam Neill aveva già aperto quella strada. Con un cappello impolverato, una camicia di jeans, qualche battuta pronunciata sottovoce e l'aria di uno che avrebbe preferito passare il pomeriggio a dissotterrare dinosauri piuttosto che diventare una leggenda del cinema. Ed è forse questa la definizione più precisa di carisma: non avere mai l'ambizione di essere un'icona e diventarlo lo stesso.