Nel suo film sugli alieni è previsto vedere degli alieni, mister Spielberg? Il regista torna alla fantascienza con una storia che promette rivelazioni epocali, crisi di fede e verità capaci di cambiare il mondo. Peccato che quasi nulla di tutto questo trovi davvero spazio sullo schermo.
Quando Steven Spielberg torna agli alieni e alla fantascienza è inevitabile che il pensiero corra a Incontri ravvicinati del terzo tipo o a E.T. Non perché ogni film nuovo debba essere giudicato in opposizione o legame diretto con un classico, ma perché Disclosure Day sembra continuamente chiedere quel confronto. Ci sono tanti temi che arrivano direttamente da quello Spielberg degli anni Settanta e Ottanta: il mistero, la rivelazione destinata a cambiare il rapporto tra l'umanità e l'ignoto, l'idea di una verità custodita troppo a lungo e pronta a venire finalmente alla luce. Tutto molto affascinante. Almeno sulla carta. O come ci è stato raccontato dalla campagna promozionale.
Disclosure Day segue Margaret Fairchild, una meteorologa ed ex giornalista interpretata da Emily Blunt, e Daniel Kellner, esperto di cybersicurezza e whistleblower interpretato da Josh O'Connor. Quando i due entrano in contatto con una scoperta destinata, almeno teoricamente, a riscrivere il rapporto tra l'umanità e la presenza extraterrestre, si ritrovano al centro di una vicenda fatta di segreti custoditi per decenni, agenzie governative e verità che qualcuno vuole portare alla luce mentre qualcun altro preferirebbe continuare a nascondere.
Spielberg costruisce così un racconto che flirta apertamente con l'immaginario contemporaneo della disclosure, degli UFO e delle rivelazioni tenute lontane dall'opinione pubblica. Un immaginario che negli ultimi anni è uscito dalla fantascienza per entrare nel dibattito pubblico, tra audizioni parlamentari, dossier declassificati e presunti whistleblower.
Peccato che il film sembri molto più innamorato dell'idea della rivelazione piuttosto che della rivelazione in sé e, soprattutto, delle conseguenze della rivelazione. Costruisce tutto il proprio immaginario attorno alla disclosure e poi sembra quasi spaventato da ciò che quella disclosure dovrebbe provocare. Si arriva a una scoperta che dovrebbe ridefinire il modo in cui guardiamo noi stessi e il cosmo; eppure, manca il peso delle conseguenze, quello delle scelte morali. Manca il rischio di dire la verità e manca persino il rischio di nasconderla. Chi decide se svelarla o meno? Chi paga il prezzo della scelta? Chi perde qualcosa? Chi sacrifica una convinzione, una carriera, una fede? Sono le domande più interessanti che la premessa suggerisce e sono anche quelle che il film lascia quasi sempre sullo sfondo. Ed è forse qui che emerge il limite più evidente di Disclosure Day: maneggia idee enormi ma restituisce continuamente l'impressione di un film piccolo. Quasi timido. Come se avesse paura delle implicazioni delle proprie intuizioni migliori.
Emily Blunt e Josh O'Connor si trovano così a navigare una sceneggiatura che li porta continuamente da una recitazione trattenuta a momenti più enfatici senza mai trovare una misura davvero convincente. Nel frattempo, una plot armor piuttosto generosa, per usare un eufemismo, impedisce che la tensione si trasformi in qualcosa di concreto. Si ha spesso la sensazione che i protagonisti attraversino la storia senza doverne sopportare davvero il peso o correre rischi concreti. E poi ci sono i cattivi: cattivi da operetta, con la profondità di una pozzanghera e motivazioni talmente evanescenti da svanire lungo il percorso. Anche il villain interpretato da Colin Firth convince pochissimo, proprio per l’assenza di una rotondità di un personaggio che vuole apparire come complesso e sfaccettato ma che alla resa dei conti pare essere più una figurina che altro.
Dietro, alla sceneggiatura, c'è David Koepp, che con Spielberg aveva già lavorato, tra le altre cose, a La guerra dei mondi. Un film pieno di difetti, certo, ma che almeno possedeva una minaccia tangibile: i tripodi che emergevano dal terreno, gli alberi coperti di sangue, la sensazione costante che qualcosa di alieno e ostile avesse invaso il mondo. Qui quella presenza manca quasi sempre. E quando gli alieni entrano finalmente in scena il risultato lascia parecchio perplessi. Alcune soluzioni visive, in particolar modo la CGI di cui soprattutto nell'ultimo quarto di film si fa abbondante uso, sembrano arrivate da un'altra epoca tecnologica e certe creature hanno un aspetto che fa pensare più alla PlayStation 3 che al cinema di Steven Spielberg. Lo stesso manufatto extraterrestre attorno a cui ruota la storia finisce involontariamente per ricordare un Wiimote della Wii, cosa che non aiuta esattamente il senso della meraviglia. A un certo punto viene quasi da chiederselo davvero: nel suo film sugli alieni è previsto vedere degli alieni, mister Spielberg? Non perché debbano occupare ogni inquadratura, ma perché quando finalmente arrivano non portano con sé né il senso della minaccia né quello della meraviglia.
Il punto è che Disclosure Day continua ad aprire piste che sembrano molto più interessanti del racconto principale. La più evidente riguarda la religione. A un certo punto sembra che il film voglia interrogarsi sul rapporto tra una rivelazione extraterrestre e il Dio delle grandi religioni monoteiste. È una domanda enorme, probabilmente la più interessante che il film pone. Compare perfino un'ex suora che nelle prime battute sembra destinata a incarnare la coscienza morale del protagonista, il dubbio religioso, il conflitto tra fede e scoperta. Poi però quel personaggio perde progressivamente centralità, oltre ad uscirne con soluzioni assolutamente forzose e fini a se stesse, fino a diventare un ramo secco della narrazione. E anche qui torna la sensazione dominante del film: idee potenzialmente enormi che vengono sfiorate e poi lasciate indietro.
C'è poi un'altra cosa che colpisce. Il modo in cui il film immagina la diffusione della verità. A un certo punto Disclosure Day sembra convinto che nel 2026 il mondo funzioni ancora come in un vecchio film catastrofico degli anni Settanta: arriva la notizia, tutti si fermano, tutti guardano le stesse immagini, tutti reagiscono nello stesso momento. Davanti alla televisione o davanti allo schermo di uno smartphone cambia poco. La logica è la stessa. Persone immobili in mezzo alla strada, miliardi di individui raccolti attorno allo stesso identico flusso informativo. Siamo davvero sicuri che il mondo funzioni ancora così? Nell'epoca degli algoritmi, delle bolle informative e della frammentazione dell'attenzione una rivelazione del genere produrrebbe davvero una reazione tanto uniforme? Viene in mente Quinto Potere, che resta un capolavoro assoluto ma raccontava un ecosistema mediatico centralizzato che oggi semplicemente non esiste più. E per certi versi anche Disclosure Day sembra descrivere un mondo che non c'è più.
Nonostante questo Spielberg resta Spielberg. Ogni tanto basta un movimento di macchina, un piano sequenza digitale o un inseguimento per ricordare chi c'è dietro la cinepresa. Sono momenti in cui si intravede il film che avrebbe potuto essere. Una grande regia di fondo, sempre e comunque, ma che da sola non basta. Perfino nei suoi lavori più discussi Spielberg riusciva a imporre una visione, un'immagine, un'ossessione. Qui sembra lavorare in tono minore, quasi trattenuto. Ed è probabilmente questo l'aspetto più sorprendente del film.
Alla fine, Disclosure Day appare come un'opera stranamente timida e quasi risicata rispetto alle idee che maneggia. Un film che guarda spesso verso Incontri ravvicinati del terzo tipo senza ereditarne il mistero, la meraviglia e l'ossessione per l'ignoto. E forse il giudizio più duro che si possa dare al nuovo film di Spielberg è proprio questo: sembra un Incontri ravvicinati del terzo tipo che non ce l'ha fatta.