C’erano tutti gli ingredienti per far impazzire un nerd cresciuto a pane, fumetti e The Big Bang Theory. Il negozio di fumetti. Il nerd sfigato diventato protagonista. Il mondo dopo l’apocalisse. I viaggi tra universi paralleli. Le citazioni da cultura pop. I personaggi che arrivano dal vecchio mondo come fantasmi di una sitcom che ha segnato un’epoca. Sulla carta, Stuart Fails to Save the Universe sembrava quasi costruito in laboratorio per conquistare il pubblico che ha passato dodici stagioni sul divano con Sheldon, Leonard, Howard e Raj. Poi arriva il problema: i dialoghi.
Perché The Big Bang Theory non viveva soltanto di storie, ma di personaggi, di racconti personali, di una tridimensionalità serissima e insieme esilarante. Viveva soprattutto di dialoghi. Sheldon non era divertente perché era un genio con le magliette dei supereroi. Era divertente perché ogni frase era una piccola trappola logica, una guerra combattuta con la grammatica, la matematica e l’incapacità totale di capire gli esseri umani che sembrano avere smarrito ogni logica (e ogni fisica teorica).
La nuova serie prende Stuart, Bert, Denise e Kripke e li mette davanti alla fine dell’universo. Un dispositivo quantistico creato da Sheldon e Leonard rompe la realtà e scatena un disastro tra dimensioni alternative. È un’idea gigantesca. Ma proprio qui emerge la distanza con The Big Bang Theory. La vecchia serie aveva una precisione teatrale, era un manuale di drammaturgia. Quattro persone sedute attorno a un tavolo potevano trasformare una discussione su un videogioco, una pizza o un esperimento scientifico in una scena memorabile. Il divertimento nasceva dalla collisione tra intelligenze diverse, tra "mondi personali" diversi. Qui i mondi "diversi" sono all'esterno, ma i personaggi sono bidimensionali, anzi, unidimensionali. Sembra che la produzione abbia pensato prima all’universo da salvare e poi alle battute da pronunciare. È una differenza enorme con la serie madre.
Perché il pubblico nerd non chiede soltanto riferimenti. Il pubblico nerd conosce i riferimenti meglio degli autori. Non basta mettere un fumetto sullo sfondo, una citazione a Star Wars o un viaggio dimensionale. Serve quella precisione maniacale che trasformava una discussione tra Sheldon e Leonard in una partita a scacchi. Stuart, in teoria, era perfetto per diventare il centro della storia. Il proprietario del negozio di fumetti, l’eterno outsider, quello che nella serie madre era sempre rimasto ai margini. Il personaggio che guardava gli eroi da dietro il bancone poteva finalmente diventare l’eroe. Ma un personaggio laterale ha bisogno di una scrittura ancora più precisa quando viene portato al centro. Il rischio è che il vecchio comprimario perda il mistero della periferia e non abbia ancora la forza del protagonista.
Il titolo promette una sconfitta: Stuart fallisce nel salvare l’universo. È un’idea potenzialmente geniale, perché Stuart è l’uomo meno adatto della galassia a essere un salvatore. La sua fragilità poteva diventare la grande forza comica della serie. La sfida non era quella di Stuart di salvare l'universo, era quella degli autori di salvare l' "universo di The Big Bang Theory". Per adesso stanno fallendo di brutto.