Come mi sia apparsa, e soprattutto quando, per la prima volta, nel girmi ininterrotto della rete, Sara Penelope Robin, creatura lucente e insieme prossima all’ombra, non so dirlo con contezza assoluta. Davanti alla sua rivelazione non ho potuto comunque fare a meno di soffermarmi sul dato immediato della persona, della ragazza, della performer. Una pepita d’oro”, ripeto lucente e insieme ombrosa, giunta da Tik Tok o forse da Instagram, non so più. Dell’attrice, dell’interprete autoconvocata da sé stessa in nome del bisogno espressivo, narrativo. S.P.R. ossia un laboratorio umano, appunto, di sé medesima. E ancora, se è concessa una metafora, su “l’impianto di illuminazione somatico” proprio di questa giovane donna campana, trentenne, nerofocata tra palpebre e zigomi, giunta fino alle nostre pupille dalla contea di Caivano.
Cercando così innanzitutto di individuare quali i suoi intenti, diciamo pure, linguistici, espressivi, ma che dico, decisamente artistici. In questo senso ritengo che la categoria di “influencer”, cui per abitudine ordinaria Sara è stata per brevità assimilata, sia del tutto insufficiente e inefficace per restituirne la sostanza creaturale, umana e, aggiungo, e ripeto, espressiva, narrativa, a suo modo irripetibile, propria dei pezzi unici, i monotipi.
Provando, sia detto, anche un certo disagio, aggiungerei, protettivo e quasi paterno, nel notare i molti commenti, giunti dagli analfabeti illetterati della rete, che si rivolgono a lei, alla ragazza Sara, alla donna Penelope, al doppio Robin, ora dalla pietosa prospettiva dei cosiddetti “morti di fica” ora dal sottoscala angusto dove sono non meno domiciliati coloro del tutto privi del dono che porti a comprendere i gesti, gli sguardi, la prossemica, il colpo d’ala, le ali stesse ancora della nostra ragazza fuori da una prospettiva ordinaria, banale, tragicamente mediocremente spettacolare.
Sara Penelope Robin, mostra dalla sua, meglio, nel proprio tesoretto, nel proprio scrigno espressivo uno spessore culturale indubbio, ora quando restituisce i suoi studi di teologia, ora quando, con nudità emotiva, manifesta altrettanto le fragilità che le sono proprie, nella necessità vettoriale di dare un destino, prima possibile, al proprio talento di cui detiene con certezza i codici e le formule di comando e di sblocco. E non si può affatto negare che, ben al di là di ciò che abbiamo definito il suo “impianto di illuminazione somatica”, la ragazza Sara mostri, abbia, come direbbe il poeta Piero Ciampi, tutte le carte in regola per poter brillare sul piano inclinato dell’evidenza spettacolare, con un plusvalore di intelligenza e spessore naturali e insieme modellati con trigonometrica cura, nel precipitato prezioso del dono della sua naturalezza. Ha quindi ragione chi, tempo addietro, sempre dalle trincee della rete, le indirizzava queste parole di incoraggiamento, come un salvacondotto, quasi come la lettera di accompagnamento che Monsieur de Tréville consegna all’hidalgo d’Artagnan affinché questi conquisti il mondo, le fortune, i titoli, le onorificenze superando indenne perfino il piano accidentato della storia che lo attende.
Tempo addietro, tra chi la osservava dalle feritoie sempre della rete ho letto queste parole, che sono insieme carta d’identità, sia pure approssimativa, del suo valore e insieme custodiscono il timore che non se ne colga appieno il brillio: “A tutti quelli che si chiedono perché nessun regista o produttore l'ha ancora notata va detto che
lei invece è fantastica così: selvaggia, libera, consapevole e intelligente, dice e fa ‘il cazzo che le pare!’ Ne ho viste tante di attrici: nascere spontanee e autentiche, avere successo e poi diventare: snob, irritanti, tutte uguali, insipide formattate normalizzate e superficiali. Un esempio? Da ragazzina mi identificavo e mi piaceva tanto Sophie Marceau. Che invece nel 2025 è patetica e vomitevole, schifosamente la tipica parigina snob insopportabile e superficiale del cosiddetto ‘triangolo d'oro’ (Neuilly Auteuil Passy) ovvero 16e arr. A Sara auguro di rimanere come è e il meglio che si possa augurarle è di riuscire ad accumulare sufficientemente autonomia via mezzi economici per essere lei: ‘produttrice, autore e interprete’ di quel che vuole”.
Provo a tradurre: basterà a Sara, al suo dono, che so, una scrittura per il prossimo film, metti, del conterraneo Paolo Sorrentino, così da farne una succedanea, metti ancora, di una Celeste Dalla Porta, che mai potrà pervenire al medesimo carisma della nostra ragazza, Figlia del Fuoco, per dirla Gérard de Nerval e William Blake? Ancor meno sul set di Nanni Moretti, segnato dal moralismo pettinato da CAF radical chic estraneo del tutto in lei.
Dimenticavo, suscitando la sua reazione piccata, giorni fa, commentando proprio un video presente nei social, da Sara utilizzati come cosmodromo espressivo personale, ho scritto che, senza nulla togliere al suo talento, mi sembrava talvolta di avere davanti agli occhi una “tronista d’autore”, un pensiero che mi è stato suggerito dall’insopprimibile evidente bisogno di “sfondare”, di più, d’essere riconosciuta, sempre in nome delle proprie qualità, che S.P.R. manifesta in modo assoluto, costante e pervicace, quasi accompagnato, ora e sempre, da un’invettiva, un “capo di imputazione” da lei scagliato su chi, nell’oceano tranquillo della banalità, non si sia ancora reso conto dell’inestimabile diamante che porta nome Sara Penelope Robin.
In verità, non so davvero cosa si possa augurare sinceramente a una ragazza lucente e insieme in possesso delle armi della drammatizzazione, nonché dell’ironia profonda, propria del Regno del Sud, da Eduardo a Totò, dalle Quattro giornate di Napoli a Roberto De Simone e la NCCP. Chi, insomma, potrà davvero comprenderne il già menzionato talento, il valore, la cifra espressiva? Quel che è certo, nella sua battaglia, compreso il lavoro di un film destinato (se ho ben compreso al dominio di OnlyFans in via di lavorazione) nel quale Sara mostra frammenti di sé stessa, del proprio corpo come fossero incunaboli o magari dagherrotipi di un’opera assoluta a venire, mi torna in mente un racconto di Luigi Malerba intitolato “Testa d’argento”, dove il protagonista sogna sé stesso pronto a trasformarsi in proiettile umano, temperato in una sostanza d’acciaio inscalfibile, così da riuscire a penetrare la durezza, le durezze del mondo, ben oltre la “Scala di Mohs” che, per chi non ne fosse al corrente, risponde al criterio empirico per la valutazione della durezza dei materiali, determinando infine la qualità dei minerali: dal talco al diamante. Sara Penelope Robin, anche grazie al suo infranto interiore, che ne riassume perfino il tratto cristologico sia pure al femminile, risponde a quest’ultimo invincibile traguardo.
P.S: Si sappia che queste righe sono state scritte, nonostante la riluttanza iniziale del suo autore, timoroso di incorrere negli anatemi del soggetto di cui tratta, dopo una conversazione telefonica con l’amico Piero Chiambretti, che ha già avuto modo di apprezzare Sara nel suo “serraglio” spettacolare televisivo, rapito dall’aura teatrale e insieme erotica della nostra eroina.