Quando un artista si schiera crea una crepa. Perché mentre un artista si schiera, nello stesso momento, ce n’è un altro che non lo fa. É il caso delle ultime settimane: Macklemore si esibisce sul palco di Ed Sheeran e pronuncia quelle due parole: “Free Palestine”. Il rapper viene messo a tacere e fatto fuori dal tour. Sheeran, attraverso un comunicato, fa sapere che la decisione è stata presa dal suo promoter e non da lui direttamente. Ma troppo tardi: la shitstorm è già partita e altri artisti hanno deciso di abbandonare il palco di Sheeran per solidarietà a Macklemore e per difendere la libertà di parola nel mondo dell’arte.
Libertà di parola vuol dire schierarsi. Ma la libertà di parola contempla anche la possibilità di non usarla. E così ha fatto Ed Sheeran. Ha inoltre specificato di non voler prendere parte ai conflitti politici; peccato nel 2022 sfoderava la bandiera dell’Ucraina e questo dettaglio ha creato non pochi problemi nella gestione della shitstorm. E allora Ed Sheeran è contestabile? Certo. Ma oggi non parliamo di questo. Parliamo degli “spettatori” di questo dibattito, che da quel 7 ottobre 2023 divide e zittisce il mondo della musica. Finneas, Lukas Graham, Aaron Rowe e Beoga hanno seguito Macklemore fuori dal palco di Sheeran in segno di solidarietà; anche Roger Waters si è schierato nettamente contro il cantante britannico con una frase chiara: “c’è chi fa la cosa giusta e i coglioni come te”.
Il mondo della musica si è schierato con parole e azioni, stavolta. Invece, quando è stato il turno di Ghali a Sanremo, nessuno ha mostrato al cantante la stessa solidarietà. Certo, molti di loro si sono spesso pronunciati a favore della pace; Dargen D’amico, sullo stesso palco, aveva fatto un chiaro riferimento ai bimbi di Gaza con un appello: “Cessate il fuoco”. Al suo appello si era unito Diodato. Altri artisti avevano lanciato appelli Pro-pal o più generici, ma nessuno ha mai mostrato solidarietà al rapper che, senza troppi giri di parole, era stato educatamente messo a tacere da chi, sulla carta, aveva più potere di lui.
Eppure il palco dell’Ariston non è un palchetto qualunque: la parola “genocidio” non è mai stata cercata sui motori di ricerca come dopo l’intervento di Ghali al Festival del 2024. Il suo intervento avevo scosso parecchio. “Stop al genocidio”: tre parole avevano destato persino l’attenzione dell’ambasciatore israeliano in Italia Alon Bar, che aveva criticato l’intervento affermando che il palco di Sanremo fosse stato usato per diffondere odio contro Israele. Non solo, dopo quelle tre parole Ghali aveva motivato il suo discorso a Domenica In, suscitando la reazione della Rai, che tramite l’AD Roberto Sergio aveva espresso solidarietà alla vittime di Israele e ostaggi di Hamas. La lettura del comunicato di fuoco era toccata a Mara Venier, a sua volta contestata sui social da diversi utenti. Questo è quanto successe in tv. Ma Ghali non aveva solo pronunciato “le parole proibite”, aveva anche scelto di gareggiare a quel festival con una canzone che ne era simbolo: Casa mia. Ma il potere non si desta se non con l’utilizzo di parole esplicite. Il potere sottovaluta il potere della musica, pensa che siano “solo canzonette”. Quando però usi il microfono per parlare chiaro, la reazione (la censura) arriva puntuale.
In questi anni Ghali ha continuato a portare avanti messaggi Pro-pal. Nello stesso anno, a giugno, aveva chiesto un minuto di silenzio per la Palestina al pubblico di Radio Italia Live; in ottobre aveva ancora definito pubblicamente ciò che stava accadendo in Palestina come “non una guerra, ma un genocidio”. A giugno del 2025 aveva partecipato a sorpresa alla manifestazione per raccogliere fondi per le attività di Medici Senza Frontiere a Gaza e nell’ottobre di quell’anno aveva attaccato pubblicamente i rapper, definendo la loro ignavia sul tema contraria al principio di protesta che da sempre appartiene al mondo del rap. Insomma, Ghali non ha mai taciuto e non ha mai avuto paura di usare parole pesanti e dirette per definire la sua posizione. Anche all’ultima Mostra del Cinema di Venezia la sua figura non è passata inosservata, nonostante abbia scelto di non attraversare il red carpet, ma di partecipare a titolo personale alla proiezione del film Naza.
Oggi, il gesto degli artisti che hanno deciso di abbandonare il palco di Ed Sheeran, regala ancora più luce a questa crepa nel mondo della musica italiana, perché è un gesto concreto che va oltre lo slogan sui social. Anche se oggi anche uno slogan sui social può essere un problema per gli artisti, ma questo agli artisti sembra importare poco, soprattutto agli artisti italiani: perché la solidarietà sì, ma solo quando è comoda e generica. E se Ghali viene messo a tacere dalla Rai, a sua volta messa a tacere dall’ambasciatore israeliano, la cosa inizia a diventare fastidiosa e ostacolante, quindi meglio tacere. Tacere diventa sintomo di ignavia? Sì, ma anche di saggezza. Tacere per non perdere contatti e contratti. Tacere perché chi tace acconsente? In questo caso alla censura. Finché la censura non tocca a te, ovvio.
E allora il caso di Macklemore non è solo il suo, ma è anche quello di Ghali e quello degli artisti che semplicemente fanno il loro mestiere. No, non è cantare. É dire la loro. Inoltre, ci avete fatto caso? Quasi tutti gli artisti italiani oggi ci tengono a definirsi cantautori, pare che il termine “interprete” sia diventato un’offesa volta a sminuire. Eppure, tutti questi scrittori che cantano hanno poco da dire quando si parla di un tema così importante per il mondo. Improvvisamente l’ego gigantesco si fa piccolo piccolo e ci si sente inadeguati, tanto da non ritenersi in grado di dire la propria. Ma per dire la propria bisogna conoscere, informarsi e gli artisti sono tenuti a farlo. Sì, anche se fai il cantante, soprattutto se fai il cantante, anzi: il cantautore. E la propria si può dire anche nelle canzoni, si può dire facendo, non servono necessariamente hashtag sui social. A chi è venuta questa idea che gli artisti non debbano fare politica? Gli artisti fanno già politica semplicemente esistendo, così come la fanno gli idraulici e i muratori, che lo sappiano o meno. Che piaccia o no è così. E gli artisti - come chi lavora nel mondo della cultura e dello spettacolo in generale - la politica la fanno più di tutti perché vivono di esposizione. Oggi i cantanti riempiono città intere, neanche un premier riesce a farlo. Avere il potere di spostare la gente, di farla pagare, di unirla e anche di dividerla, come lo chiamate se non politica? I partiti non ci riescono, le ingiustizie neanche. Oggi a scendere in piazza sono quattro gatti se paragonati alle fanbase che fanno l'alba per assicurarsi il posto migliore sotto il palco dell'artista preferito. Gli artisti, forse più di tutti, hanno potere e il potere è politica.
E allora, quando al centro del mirino c’è Ghali e il palco è l’Italia, com’è che il mondo della musica si dimentica del potere che ha, abbassa la testa e tace? Forse la vicenda di Ed Sheeran serve a soffermarci su questo: su quanto ancora in Italia abbiamo da lavorare sul concetto di “arte” che, troppo spesso, nel Bel Paese è un quadro steso su un telo di ipocrisia silente. E oggi quella “crepa” si vede sempre di più.